Mag 222011
 

La Monaca di Monza: il caso di una predestinazione – Parte I
Predestinazione, una parola che potrebbe destare un certo disagio. Sapere di essere predestinati a qualcosa, in un certo senso, ci spiazza, sia che si tratti di un destino felice che di una sorte meno piacevole. Ma il fatto è che quando parliamo di predestinazione immediatamente ci sorge nella mente un’altra idea, quella della nostra personale libertà di scelta. Con l’essere predestinati si finisce per non conoscerla affatto questa libertà.

Ora questo discorso potrebbe avere veramente poco a che fare con il destino della figura di cui chiacchiereremo a breve, tuttavia trovandomi a sfogliare, dopo tanto tempo, le pagine che raccontano la sua misera storia, mi è venuto in mente questo riferimento, giacché la poveretta, perché di una donna stiamo per parlare, forse non sapeva neppure che cosa significasse libertà. Senza chiederci più di tanto quale sia il valore da attribuire alla parola libertà, che poi è molto più di una semplice parola o di un concetto, entriamo nel merito.
Quando si parla della Monaca di Monza, conosciuta anche con il nome di Signora, si finisce per pensare ad un destino privato della libertà personale, mai accettato e tanto odiato.Gertrude, chiamata così dal padre per un motivo ben preciso, compare nel IX capitolo del celebre romanzo I Promessi Sposi. Un personaggio complesso, quello della Monaca di Monza, dinamico, di una coscienza tortuosa e tormentata, diremmo particolarmente moderna, e allo stesso tempo al limite della follia. Questa donna tanto celebre non è un semplice carattere ma, per dirla con una metafora, è un personaggio a tre dimensioni.
Dicevamo che la Monaca di Monza fa la sua comparsa nel IX capitolo del romanzo, dopo che Lucia e Agnese salutano Renzo. L’ingarbugliata situazione richiede un piano ben preciso e una certa prudenza, ecco perché i tre fuggiaschi, vittime della perfidia di Don Rodrigo, seguono i consigli dell’amato Padre Cristoforo; recarsi a Monza e da lì separarsi, Renzo per Milano, perché le tracce vanno confuse, Agnese e Lucia presso il convento dei cappuccini.
Così le due donne giungono dal padre guardiano il quale, presa visione della lettera informativa scritta da Padre Cristoforo, decide di prestare il suo aiuto alle poverette. Dopo qualche minuto di riflessione, il religioso decide da chi bisognerà recarsi, perché per casi simili a quello di Lucia, c’è soltanto una persona a cui rivolgersi: la Signora.
Chi sarà mai questa Signora? Nella finzione del romanzo le due povere donne se lo saranno certamente domandato. Qualche prima delucidazione ci arriva dalla spiegazione del padre guardiano che, lungo la strada, ne parla in modo tutto singolare. La Signora è una monaca. Così risponde il frate alle due, ma una monaca diversa dalle altre, è appunto la Signora. Signora per nascita, per famiglia e per le origini del padre; un nobile potentissimo a Milano, di antica famiglia spagnola, temuto anche a Monza. Per questa ragione la Monaca di Monza può fare il bello e il cattivo tempo lì nel monastero, sebbene non sia né la badessa né la priora. Se così stanno le cose, come non rivolgersi a costei. Certamente una donna molto potente, ma già da queste battute intuiamo che dietro può esserci qualcosa di più. Quell’essere non come tutte le altre monache è senz’altro un’allusione al suo alto lignaggio, infatti l’espressione è inserita proprio nel discorso sulle origini della famiglia, ma il vero significato si chiarisce più avanti.
Il padre guardiano incontra prima personalmente la Monaca, infine torna con notizie positive: le due donne possono essere ricevute. Ma non si poteva certo accedere al parlatorio senza che le due fossero avvertite, bisognava che rispondessero soltanto se interpellate, al resto avrebbe pensato il padre guardiano: “quando non siete interrogate, lasciate fare a me”. Che avranno pensato di quelle raccomandazioni Agnese e Lucia? Probabilmente nulla, ci erano avezze. Gli illetterati devono sempre lasciar fare alle persone più competenti, soprattutto se chi si deve incontrare è una persona molto potente, e quella Signora doveva certamente esserlo, anzi le due ringraziavano il cielo che qualcuno si scomodasse a prestar loro aiuto.
L’aspetto della Signora
Quando il padre guardiano introduce Lucia e Agnese nel parlatorio, agli occhi di Lucia appare soltanto una stanza vuota. Dove sarà mai quella monaca?
La donna è nascosta, diremmo quasi confinata in un angolo, in realtà la sua collocazione spaziale è soltanto un modo con cui accrescere l’importanza e l’austerità della figura, in un certo senso giocata per incutere timore. Finalmente Lucia si accorge di lei, è in piedi dietro due grate molto spesse, secondo la regola dei monasteri. A questo punto Manzoni inizia uno dei ritratti più famosi del suo romanzo:
Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio.
Un ritratto perfetto quello della monaca, indugia sul più piccolo dettaglio, dato che ogni particolare non è frutto del caso né della consuetudine dell’abito monacale.
Aveva forse venticinque anni, il ritrattista non ne è certo, ma ciò che colpisce è l’aspetto. La bellezza della Monaca ha qualcosa di negativo. Manzoni utilizza l’aggettivo sfiorita, richiamando una similitudine floreale. Bella e sfiorita, come una rosa che appassisce, il cui profumo intenso è destinato a svanire. E non solo, la bellezza della Signora è scomposta. Una impressione di disordine e di sconvolgimento pervade la fisionomia della donna, come subito dimostra il riferimento al velo che cade alquanto discosto dal viso. Un piccolo dettaglio che si chiarisce a poco a poco, man mano che Manzoni ci svela le pieghe dell’animo. Il ritratto prosegue, sulla dominante di due colori, il bianco della fronte e del velo che copre lo scollo e il nero del velo e del saio, tipici dell’ordine benedettino.
A questo punto il ritratto si fa indagine psicologica. Manzoni intreccia le due sfere, quella esteriore e quella interiore. Ogni elemento estetico e comportamentale è il riflesso dello spazio dell’anima.
Ma quella fronte si raggrinziva spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri anch’essi, i fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbero argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero.
La sensazione di disordine continua a permanere, ora anche nei singoli atti e movimenti della donna. La fronte si raggrinzisce, come a causa di spasmi dolorosi; gli occhi e le labbra si muovono repentinamente, come a voler nascondere un segreto o il tormento interiore. Da questo momento in poi, il legame fra atti, movimenti, gestualità e sensazioni interiori si fa più stringente.
Comunemente si è soliti dire, con una metafora troppo comune, che gli occhi sono lo specchio dell’anima, ma in questa sede non c’è frase più adatta. Così i movimenti inarrestabili degli occhi, così come gli sguardi persi nel vuoto, lasciano parlare un’anima straziata e tormentata.
Quegli occhi rivelano una psicologia complessa, a tratti malata, malata d’amore.
I moti dell’animo, così instabili e fragili, si riflettono nello sguardo degli occhi, che ne sono l’indizio più vivo. Talora i suoi occhi si fanno superbi come se a dimostrare una superiorità certa di nascita e di lignaggio. A volte quella superbia si muta in cattiveria e rivela l’odio e il desiderio di vendetta per quella libertà personale che le viene negata sin dal seno materno. Così la Signoratradisce, di tanto in tanto, il desiderio struggente d’amore, che le è stato negato da chi avrebbe dovuto dargliene naturalmente, mentre lo specchio dell’anima lascia intravedere un segreto mostruoso, che soltanto lei conosce e che costituisce un’ombra costante.
Il ritratto prosegue e termina così:
La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura scolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.
Infine il disordine interiore si riflette anche negli atti e nei movimenti più naturali. Dice lo scrittore che gli atteggiamenti della monaca hanno qualcosa di singolare, i suoi movimenti sono risoluti, diremmo maldestri, per essere quelli di una donna, e soprattutto di una suora. Si consideri che nella regola delle religiose erano contemplate le regole del contegno e del decoro esteriore. E a questo decoro la monaca sembra contravvenire, per via di quella ciocca nera di capelli lasciata fuori dal velo. Segno di distrazione o di disprezzo? E la vita tenuta così aderente? Una scelta di vanità femminile, di vezzo o di studiata e perversa ostentazione? Anche questa poteva essere semplicemente una svista?

 

Mag 102011
 
i giardini dell’anima
 
C’è stata una volta in cui un uomo ha temuto di non trovare più la via d’uscita. Tutto intorno l’atmosfera così densa gli faceva perdere la speranza di poter tornare a camminare con il cuore leggero. I suoi occhi vedevano soltanto sterpi e rovi; a poco a poco lo sguardo si perdeva, e il cuore diventava sempre più grave. Ed è stato così che nel mezzo della via della vita, attanagliato dalle spire di quella selva, Dante ha creduto di smarrirsi per sempre.
Selva vera o metaforica che fosse, non avrebbe avuto troppo senso entrarvi senza trovare una via d’uscita, giacché l’esperienza di maturazione che attendeva Dante trovava il suo punto di partenza proprio in quella selva nodosa e oscura, nella quale il poeta dice di aver trovato anche del bene. Così, mentre le tre fiere stavano per ricacciare il poveretto nella selva, ecco che si apre la speranza. Una guida, l’amato Virgilio tende a Dante il suo braccio e si offre di mostrargli la via.
 
Il viaggio fatto di cadute, umiliazioni, dubbi, ma anche di stupore e gioia mira ad un’altra selva. Per arrivarvi è necessario un percorso di crescita e di purificazione. In effetti, il cammino dantesco è tutto compreso fra questi due limiti: la selva del peccato e dello smarrimento e quella della luce e della certezza. Locus horridus il primo, locus amoenus il secondo. I due margini dello spazio dantesco sono l’emblema di due poli, il primo negativo, il secondo positivo, in un certo senso immagine della condizione interiore dello stesso Dante. Così il viluppo oscuro dell’anima si oggettiva e materializza nella selva selvaggia, aspra e forte, mentre, un po’ più tardi, l’anima lavata e purificata si unirà al canto degli uccelli della selva del Paradiso.
 
 
Ventottesimo canto del Purgatorio, Dante entra in un’altra selva. Poche parole, così poche che nel giro di qualche terzina il giardino dell’Eden appare davanti ai nostri occhi e noi possiamo entrare nella foresta spessa e viva. Ben altra cosa questa selva, un’atmosfera luminosa e ricca ne accompagna l’idea. Spessa e si direbbe fittissima di varietà vegetali, ma soprattutto viva. L’altra foresta, molto simile a quella aggrovigliata dei suicidi, era morta. Il cuore del viandante era appesantito, e i suoi passi rischiavano di inciampare. Ora il viaggiatore è libero e, a cuore sollevato, desidera esplorare la selva, per questo prende la campagna lento lento, su per lo suol che d’ogne parte auliva. La foresta è viva non solo perché è ricca di esseri viventi, ma perché ogni sua parte esala vita. Non c’è nessun elemento neutro nel giardino dell’Eden, persino il suolo sembra respirare, emanando le sue fragranze. Dante entra a passo lento, come a voler suggere il più piccolo sapore della selva-giardino, entra silenzioso, senza alcuna fretta, sebbene sia ansioso di scoprire lo spettacolo.
Ormai purificato, dopo un lungo viaggio, dopo una salita faticosissima, conscio dei propri errori, e padrone del suo libero arbitrio, può entrare nel luogo dell’antica bellezza. Passeggia senza timore, non come quando nella selva aspra e forte, aveva rischiato di rimanere schiacciato dalla violenza delle fiere feroci.
Qui tutto è armonia; anche il vento, che muove i rami, si unisce con un tocco delicato alle trame musicali dei piccoli uccellini: è il concerto della pace, cantano i piccoli animaletti, fa da accompagnamento l’aura dolce, senza mutamento. Nel giro di sei terzine è stato dischiuso, per noi, il mondo della selva, con pennellate brevissime, che spesso si intrecciano, trapassano e si abbracciano in un solo verso. Così l’intero ci è dato per metonimia, e i rami e le foglie sono soltanto le parti di una foresta sterminata e ricchissima.
Il concerto della natura è quello dell’anima ritrovata che può vedere distintamente la limpidezza delle acque del fiume che scorre sullo smalto d’erba; un’acqua più pura di qualsiasi sorgente mai vista, sempre costante, perché immutata è la fonte che l’alimenta.
 
 
E infine nella selva compare Matelda, una donna soletta che si gia/e cantando e scegliendo fior da fiore/ond’era pinta tutta la sua via. Con l’apparizione di questa donna il quadro sembra completo. La figura dell’armonia, allegoria dell’antica bellezza smarrita a causa della colpa, è prima di tutto la conferma della perfezione della selva beata.
Mag 052011
 
… un piccolo omaggio ad Emanuele …
 
The Spirit carries on: lo Spirito va avanti. 
 
Il più grande quesito o tormento dell’uomo. Chi siamo veramente? Spesso ci crediamo immortali, ma una volta, al filosofo francese Blaise Pascal è piaciuto paragonarci a canne scosse dal vento: “L’uomo non è che una canna, la più fragile della natura”. Avvertiamo spesso quella fragilità nelle tempeste e nelle burrasche della vita. A volte ci spezziamo, e proviamo vergogna, ci sentiamo umiliati. Ma Pascal non finiva così il suo paragone, infatti all’immagine più bella e drammatica che dava dell’uomo, accostava una certezza: “ma è una canna che pensa”. E questa sera vogliamo riflettere anche noi, lasciandoci trasportare e cullare dalla poesia di questi versi. In realtà si tratta di una canzone, ma in questo caso la parola poesia è la definizione più appropriata.
 
The Spirit carries on, così scrivono i Dream theater. Chi legge questo testo, indipendentemente dai gusti musicali, dal fatto che conosca o meno il gruppo musicale, ha la pelle d’oca.
Da dove veniamo?
Perché siamo qui?
Dove andiamo quando moriamo?
Cosa esiste prima? E cosa dopo?
C’è qualcosa di sicuro nella vita?
 
Sembra quasi di aprire un libro di filosofia. Si avverte l’eco delle pagine dei tanto amati o odiati filosofi dello gnosticismo. Uno di loro, un certo Valentino, rifletteva più o meno su queste questioni e diceva: “ciò che libera è la conoscenza di quello che eravamo, di ciò che siamo diventati; di dove eravamo, dove siamo stati gettati; verso dove ci affrettiamo, da dove siamo redenti; che cosa è nascita, che cosa è rinascita.”. Ma allora, se per essere liberi dobbiamo possedere la conoscenza delle risposte a queste domande, come possiamo trovarle?
Alcuni direbbero che queste sono domande di senso, altri le definirebbero esistenziali. Alcuni uomini preferiscono non pensarci, e lasciano che il mondo passi, che il fiume dell’esistenza li trasporti. Ma noi crediamo che tutti, almeno una volta, si siano posti una domanda come: perché siamo qui? Che cosa c’è dopo? Non è vietato interrogarsi, è giusto farsi domande, è bello poter trovare risposte ma anche riconoscere i limiti che ci impediscono di trovarne di definitive.
Queste sono le nostre domande, quelle di ogni uomo, e anche quelle dell’autore di The spirit carries on. Chi ha scritto l’ha fatto con un dolore a vista, con le ferite ancora fresche, ma in possesso di una speranza.
 
Si dice che “la vita è troppo breve”
“cogli l’attimo” e “vivi solo una volta”
ma ci potrebbe essere dell’altro,
ho già vissuto, prima di ora?
O questa vita è tutto ciò che abbiamo?
 
In sottofondo avvertiamo quasi il celebre motto oraziano del Carpe diem, tanto travisato nel corso del tempo, perché Orazio di certo non voleva consigliarci di darci alla vita sfrenata e al godimento senza ragione. La sua era un’affermazione densa di una saggezza profonda. Orazio avvertiva, proprio come noi, la caducità della vita umana, l’imperfezione e la finitudine dell’uomo, per questo intuiva che non doveva essere preoccupazione dell’uomo quella di curarsi del futuro giacché non gli apparteneva. L’invito del poeta latino era proprio quello di vivere a pieno il presente, con la consapevolezza della sua effimera consistenza. Eppure il corso dei secoli ha finito per stravolgere il Carpe diem, facendone un invito all’abbandono sfrenato dei sensi, con la convinzione che dopo la nostra vita non c’è nulla. E l’autore di The spirit carries on risponde:
 
Se muoio domani
starò bene, perché credo che
dopo che ce ne andiamo
lo spirito va avanti
 
Prima avevo paura della morte
Prima pensavo che la morte
fosse la fine di tutto
ma questo era prima. Non ho più paura
so che la mia anima andrà avanti
 
Non ho mai trovato tutte le risposte
non ho mai capito perché
non ho mai provato
che quello che so è vero
ma so che devo provarci ancora
 
 
Opinabile, per alcuni e forse molti questa potrebbe essere una risposta poco plausibile o un’illusione. Eppure l’autore dice che sa che deve provarci ancora. Sa che deve vivere, deve continuare il suo viaggio, non come uno spettatore che guarda passivamente dal finestrino, ma deve incantarsi nei paesaggi inediti, piacevoli e dolorosi della vita. Allora sarà un cercatore, e la sua ricerca non sarà vana, perché non avrà mollato tutto, non si sarà arreso vigliaccamente, pensando di chiudere gli occhi per cogliere l’attimo da sprovveduto. Ogni attimo sarà pieno e denso di significato, non gli scivolerà sopra, ma gli parlerà svelandogli un senso.
 
Avanti, sii coraggioso
non piangere sulla mia tomba
perché io non starò a lungo qui
ma per piacere fai in modo che la
memoria di me non scompaia mai in te
 
Sono salvo nella luce che mi circonda
libero dalla paura e dal dolore
la mia mente dubbiosa
mi ha aiutato a trovare
di nuovo il significato nella mia vita
La vittoria è reale
Finalmente nei miei sogni
mi sento in pace con la mia ragazza
e adesso che sono qui
è perfettamente chiaro
che ho capito il significato di tutto
 
Ed ecco svelato il senso della canzaone. L’autore non può più sentirsi vuoto, sa che la sua donna non è morta in eterno, sa che la sua anima è vita. Ora può proseguire in pace il suo viaggio.
 
Per chiudere con Pascal: “Ma qui c’è proprio una vita infinita infinitamente felice da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quello che voi mettete in gioco è finito. Questo toglie ogni incertezza; […] E cosí, la nostra offerta possiede una forza infinita, quando c’è da arrischiare il finito in un gioco in cui sono uguali le probabilità di perdita e di guadagno, e c’è un infinito da guadagnare. […]”. La famosa scommessa di Pascal, se crediamo, e Dio esiste, allora otteniamo la salvezza; se non esiste, ma crediamo che ci sia, potremmo vivere più serenamente.
Ma questa è solo la chiusura del nostro articolo
Mag 012011
 

Selve, boschetti e giardini

Il locus amoenus è stato definito un topos della letteratura e dell’arte in generale. E’ presente  tanto nella cultura occidentale quanto in quella orientale. Come si è già detto, ricorre ampiamente in vari luoghi della tradizione, presentando motivi costanti, anche in autori e poeti diversi. Si tratta di un topos antichissimo e che, in un certo senso, può dirsi l’ombra dell’antica perfezione.
Il locus amoenus, identificato nella maggior parte dei casi con il giardino, un po’ meno con la selva o il boschetto, è una traccia dell’Eden. Ora, non interessa che al di sotto di questo paradiso si celino concetti cristiani o pagani, perché negli spazi conclusi e non di questi luoghi, si intrecciano i miti pagani dell’età dell’oro, quelli dell’origine e il ricordo dell’Eden biblico. Le culture occidentali e orientali riportano, nei miti delle origini, la costante presenza di un paradiso, di un luogo beato, rigoglioso e ricco di alberi da frutto.
Il giardino, il bosco, la selva costituiscono l’immagine dell’incontaminato e della perfezione perduta. Si entra nel giardino per abbandonare, anche momentaneamente, una realtà imperfetta e per ritrovare l’armonia originaria.
Ma qual è lo stato che precede la genesi del cosmo? I racconti delle varie culture presentano innumerevoli differenze, ma tutti concordano sullo stato che precede la nascita del mondo. Questo momento coincide con il vuoto, il caos o l’indifferenziato. Nella Genesi si legge che in principio la terra era informe e deserta, i miti scandinavi si soffermano sul vuoto, inteso come assenza dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco; tutto era abisso profondo. I greci dicono che il primo a nascere fu il Caos.
Di esempi ve ne potrebbero essere tanti altri. Di fatto i miti di tutte le culture si soffermano sullo stato di opposizione fra prima e dopo. Che cosa segue al caos, al vuoto, all’abisso? Di solito la nascita di uno spazio perfetto, spesso un giardino; E’ letà d’oro, così come la descrivono i miti pagani. Male, malattia e sofferenze non esistono, a regnare è soltanto l’armonia. Dal caos all’ordine: nel giardino perfetto ogni elemento ha un suo ruolo e concorre alla bellezza complessiva.
 
 
 
Prima di divenire un topos riutilizzato nelle varie produzioni letterarie, il locus amoenusesprime la nostalgia dell’uomo per l’Eden perduto. I giardini della letteratura sono armonici, simmetrici, ordinati, perfetti, densi di pace.
Ora proviamo a leggere insieme qualche frammento di una delle pagine più famose delDecameron di Giovanni Boccaccio. E’ la terza giornata, e prima che la compagnia riprenda a narrare novelle, Boccaccio la ritrae in paesaggi luminosi e verdeggianti.
All’inizio dell’introduzione alla terza giornata troviamo una determinazione di tempo; è l’alba, anzi l’alba è già avanzata: L’aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia (…)”. L’allusione al colore vermiglio del cielo e al sole che inizia a salire sull’orizzonte ha la funzione di introdurre il lettore in un ambiente piacevole, preparando le delizie dei sensi che verranno subito dopo. La compagnia si mette in marcia, ed ecco la prima descrizione del luogo: 


La reina con lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di forse venti usignoli e altri uccelli, per una vietta non troppo usata ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali per lo sopravegnente sole tutti s’incominciavano a aprire, prese il cammino verso occidente (…).
 
La compagnia, che si inoltra per la viuzza, è immersa nel verde ed è circondata dai fiori che si aprono. Il canto degli usignoli e di altre varietà di uccelli allieta il cammino e conferisce un clima di serenità.
Poco più avanti, Boccaccio descrive l’ingresso in uno dei giardini limitrofi al palazzo da poco raggiunto:
Esso aveva dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime, tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevano gran vista di dovere quello anno assai uve fare, e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre cose che lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in Oriente.
All’aspetto sonoro, il canto degli uccelli, si unisce il piacere della vista; le vie, tutte disegnate secondo un ordine rigorosamente geometrico, sono ampie e dritte, coperte di frutti d’uva. Gli odori allettano l’olfatto, e le fragranze dolciastre si mescolano insieme, raggiungendo i sensi della compagnia e del lettore.
Il giardino è cosparso di fiori, di rose bianche e rosse, e vi si trovano molte qualità di piante:
Nel mezzo del quale (…) era un prato di minutissima erba e verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e’ nuovi e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi ma ancora all’odorato facevan piacere.
 Sembra quasi di trovarci dinanzi alle varietà vegetali dell’Eden biblico: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare (…).”. Il linguaggio biblico è scarno, ma lascia intendere che il giardino è un luogo di delizie, creato per essere gustato.
Nel luogo dell’armonia non può mancare la presenza dell’acqua. Boccaccio descrive una fonte da cui zampilla dell’acqua che, poi, in forma di ruscelletti, scorre lungo i prati:
Nel mezzo del qual prato era un fonte di marmo bianchissimo e con meravigliosi intagli, (…), per una figura (…) gittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, che poi senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea (…). La qual poi, quella che soprabondava al pieno della fonte, per occulta via del pratello usciva e, per canaletti belli e artificiosamente fatti fuor di quello divenuta palese, tutto lo ‘ntorniava; e quindi per canaletti simili quasi per ogni parte del giardino discorrea (…).
Qui, oltre alla vista, viene sollecitato un altro senso: l’udito. L’idea dell’acqua che scorre silenziosamente, o con un rumore appena percepibile, si unisce alle melodie degli uccelli e contribuisce ad alimentare la serenità e la tranquillità dell’atmosfera. Ma l’acqua non è solo un elemento ornamentale. L’acqua, archetipo antichissimo, è fonte della vita, oltre che metafora di purificazione; anche in questo caso, la scelta descrittiva di Boccaccio richiama alla mente l’immagine del Paradiso biblico: “Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.”.
 
Il locus amoenus del Decameron ha proprio le fattezze di un paradiso. D’altra parte lo stesso Boccaccio, dopo aver riferito della fonte, scrive: “Il vedere questo giardino, il suo bello ordine, le piante e la fontana co’ ruscelletti procedenti da quella tanto piacque a ciascuna donna e a’ tre giovani, che tutti cominciarono a affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare (…).”.
All’idea dell’armonia si unisce quella dell’eterna Primavera. Il Paradiso di qualsiasi cultura esprime uno stato di grazia iniziale, successivamente perduto a causa di una rottura. Non a caso il locus amoenus del Decameron è la via di fuga per la compagnia atterrita dal flagello della peste e disorientata dalla decadenza dei costumi.
 
 
 
 
(Le citazioni riportate appartengono al Libro della Genesi e al Decameron di Giovanni Boccaccio)

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