Giu 232011
 
di Giovanni Pascoli

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.
Un aratro, solo, senza buoi, se ne sta abbandonato tra i vapori della nebbia.
 
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene
 
E, dalla riva del fiume, vengono su, con grossi tonfi, il rumore dell’acqua mossa dalle lavandaie, e le voci dei loro canti.
 
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l’aratro in mezzo alla maggese.
Il vento soffia, dagli alberi cadono le foglie, e tu non sei ancora tornato qui. Quando sei andato via sono rimasta così: come l’aratro abbandonato in mezzo al campo!
 
 
Tavolozza di colori, macchie di suoni e rumori, accostamenti di immagini e sensazioni: il campo grigio-nero diventa tutt’uno con la nebbia leggera nella prima strofa; i tonfi dell’acqua si sovrappongono alle melodie della lavandaie all’interno della seconda strofa.
L’aratro che se ne sta solo nel campo mezzo arato e mezzo dimenticato, assume i tratti umani. E’ abbandonato come la donna della terza strofa. Li accosta una sottile similitudine, mentre l’analogia nascosta che li lega, parte dalla prima strofa per chiudersi ciclicamente nell’ultima. Solo, senza buoi è l’aratro, abbandonato tra i vapori della nebbia; sola, priva dell’amato o di un suo caro, è la donna, mentre tutto intorno soffia il vento e cadono le foglie. Che dietro la pregnante analogia dell’aratro si nasconda, insieme all’immagine della donna e all’idea della solitudine, anche la figura del poeta in attesa dell’impossibile ritorno dei suoi cari?
Giu 022011
 
Verde, bianco e rosso. 
Verde come le foglie di cespugli bassi o di piccoli alberelli, bianco come le corolle di fiorellini penduli, rosso come la polpa dei frutti maturi. Pianta insolita il Corbezzolo! Suggestiva e ornamentale, fiorita e gravida di frutti nello stesso periodo. Il freddo non la spaventa, e così tra ottobre e novembre, fra le sue foglie verdi, spuntano grappoli bianchi di fiori. Il miracolo non è finito, perché, la natura ci fa lo scherzo, e lascia che alla fioritura si affianchino frutti rossi e polposi.
 
 
Verde, bianco e rosso, e forse, un bel giorno di autunno inoltrato, anche Pascoli, a passeggio per la vegetazione mediterranea, deve essere stato colpito dall’umile corbezzolo, magari proprio per la sua insolita fioritura e, siccome egli era il poeta delle piccole cose, sapeva come lasciare che il suo fanciullino dialogasse con la natura. Non gli sarà stato poi così difficile cantare questa poesia alla bella pianta:
 
O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
salvi, i tuoi frutti;
e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
ché metti i fiori quando ogni altro al
suolo
getta le foglie;
i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
l’ozio del verno;
Poi, man mano che il fanciullino del poeta continuava il suo dialogo, ecco che la pianta gli svelava la verità: verde, bianco e rosso, e il bell’alberello si fa italico:
 
o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
spieghi alla bora:
 
Verde, bianco e rosso e la magia è compiuta. Le foglie del corbezzolo seguono i movimenti della striscia verde del nostro tricolore, i fiorellini bianchi si fanno un’unica macchia e i piccoli frutti rossastri si dispongono in un’unica fascia verticale. Verde, bianco e rosso e la natura ci racconta i simboli della nostra Repubblica.
 
 
A questo punto, proprio perché al poeta non sarebbe piaciuto lasciare sulla tela solo qualche spruzzatina viva di colore, il dialogo fra il Fanciullino poetante e la piccola pianticella si trasforma nel ricordo di un passato lontano, ora riapparso in immagini simili a quelle di un sogno. 
In questo modo, i versi successivi della poesia Al Corbezzolo, lasciano intravedere auguri interpreti di voli, stormi neri di corvi, profezie e cupi timori. Dalle acque si vedono giungere le navi nere con le poppe decorate di Chimere, e soprattutto un popolo fuggiasco, giunto presso il Tevere per volere divino.
 
il gonfalone che dal lido estrusco
inalberavi e per i monti enotri,
sui sacri fonti, onde gemea tra il musco
l’acqua negli otri,
mentre sul poggio i vecchi deiformi
stavano, immersi nel silenzio e torvi
guardando in cielo roteare stormi
neri di corvi.
Pendeva un grave gracidar su capi
d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta
era al sussurro musico dell’api
qualche Carmenta;
ché allor chiamavi come ancor richiami,
alle tue rosse fragole ed ai bianchi
tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api:
sciami,
àlbatro, e branchi.
Gente raminga sorveniva, e guerra
era con loro; si sentian mugliare
corni di truce bufalo da terra,
conche dal mare
concave, piene d’iride e del vento
della fortuna. Al lido navi nere
volgean gli aplustri con d’opaco argento
grandi Chimere;
che avean portato al sacro fiume ignoto
un errabondo popolo nettunio
dalla città vanita su nel vuoto
d’un plenilunio.
Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,
ora sciogliean le lunghe chiome e il
pianto
spesso intonato intorno ad alti roghi
lungo lo Xanto;
 
Ma che cosa sta raccontando Giovanni Pascoli?
Questi ultimi versi, piuttosto ardui, possono essere compresi, come lo stesso poeta ha indicato, con la lettura dell’XI libro dell’Eneide. Pascoli invitava proprio a soffermarsi sul poema e sulla morte dell’eroe Pallante. Il racconto virgiliano narra gli onori che Enea e i suoi rendono a Pallante, figlio del re Evandro. Enea, giunto in Italia per volere divino, per dare origine alla stirpe da cui nascerà il grande popolo romano, è accolto con favore dal re dei Latini, che gli promette la figlia Lavinia. Lavinia, già destinata a Turno, re dei Rutuli, viene rivendicata. 

 
Allo scoppio delle controversie, Enea si allea con una popolazione greca, giunta in Lazio dall’Arcadia. Il re di questo popolo è Evandro, e suo figlio Pallante. Entrambi divengono grandi alleati di Enea, ma Pallante, in un combattimento con Turno, cade mortalmente. L’XI libro dell’Eneide racconta  la celebrazione dell’eroe, posto delicatamente su di un feretro fatto di foglie di corbezzolo e di quercia.
Pascoli muove da qui, per poi intrecciare al mito la storia della pianta e ravvisarvi il simbolo precoce del nostro tricolore nazionale.
Ecco, infatti, come prosegue la poesia:
 
ed i lor maschi voi mietean di spada,
àlbatri verdi, e rami e ceree polle
tesseano a farne un fresco di rugiada
feretro molle,
su cui deporre un eroe morto, un fiore,
tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,
lo radduceano ad un buon re pastore,
vecchio, suo padre.
 
Avvertiamo l’eco dei celebri versi dell’Eneide. Come nel poema, anche qui l’onoranza funebre è preparata con struggente dolcezza. “[…] e manda mille uomini scelti/da tutta la schiera, che accompagnino le estreme onoranze/e condividano le lagrime del padre, esiguo conforto/d’un immenso dolore, ma dovuto ad un padre infelice./Altri, solleciti, intrecciano il graticcio d’un morbido/feretro con verghe di corbezzolo e rami di quercia,/e sopra ombreggiano il giaciglio con una copertura di fronde.”.
Nei versi virgiliani viene dato più spazio al dolore del padre Evandro, non appena gli sarà consegnato il feretro. In Pascoli, il dolore paterno è un poco più schermato, mentre si concede più risalto alla delicatezza delle immagini vegetali. Il feretro molle è reso più bello dalle fronde dell’Albatro o Corbezzolo, dai suoi fiori, fra i quali il più bello è il giovinetto Pallante. 
Infine, così come accade nell’XI libro dell’Eneide, anche qui il corpo dell’eroe viene ricondotto al padre. Il corpo esanime giunge nella città di Pallante o Pallanteo. Al suo passaggio nulla rimane immobile, gli animali partecipano all’evento, ululano i cani, e l’aquila, che appare in cielo, si rende messaggera dell’evento luttuoso.
 
Ed ecco, ai colli giunsero sul grande
Tevere, e il loro calpestìo vicino
fugò cignali che frangean le ghiande
su l’Aventino;
ed ululò dal Pallantèo la coppia
dei fidi cani, a piè della capanna
regia, coperta il culmine di stoppia
bruna e di canna;
e il regio armento sparso tra i cespugli
d’erbe palustri col suo fulvo toro
subitamente risalia con mugli
lunghi dal Foro;
e là, sul monte cui temean le genti
per lampi e voci e per auguste larve,
alta una nera, ad esplorar gli eventi,
aquila apparve.
 
Persino le mucche si volgono a guardare il giovinetto:
 
Volgean la testa al feretro le vacche,
verde, che al morto su la fronte i fiocchi
ponea dei fiori candidi, e le bacche
rosse su gli occhi.
 
Verde, bianco e rosso:
 
Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto
del Palatino lo chiamava a nome,
alto piangendo, il primo eroe caduto
delle tre Rome.
 
Un climax ascendente la conclusione della lirica! La delicatezza delle fronde verdi del molle feretro, l’intreccio dei fiori bianchi che cingono la fronte di Pallante a mo’ di corona e i frutti rossi che gli chiudono gli occhi, diventano il nostro tricolore nazionale, bagnato del sangue del suo primo eroe: Pallante. Poco importa che sia mito o realtà!
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