Nov 282016
 

pereira

Sostiene Pereira è il romanzo che ha dato ad Antonio Tabucchi il maggior successo nazionale e internazionale. Uscito nel 1994 e ambientato al tempo della dittatura di Salazar in Portogallo, racconta la storia di un giornalista vedovo e cardiopatico, legato al ricordo nostalgico della moglie e alle traduzioni letterarie che pubblica sulla pagina culturale del giornale cittadino Lisboa. La vita di Pereira scorre ripetitiva fino a che non giunge l’incontro con Monteiro Rossi e la sua giovane fidanzata. Da questo momento Pereira si ritrova catapultato nella storia e inizia progressivamente a risvegliare la sua coscienza civile. L’epilogo della vicenda è parzialmente felice, come dimostra il martellante sintagma sostiene Pereira, indice di come il personaggio sia riuscito a salvarsi e a raccontare la sua storia.

Considerato dalla critica un romanzo diverso dalle produzioni antecedenti, condensa, tuttavia, alcuni aspetti cari al sentire dell’autore e tali da svelare il suo profilo di colto e raffinato intellettuale. Pereira è un personaggio solo, come del resto confessa al narratore più volte, legato costantemente al ricordo nostalgico del passato, di cui testimonianza è quel ritratto appeso al muro e davanti al quale egli ama sostare e dialogare. Si è parlato di Suadade per indicare quello stato schiettamente portoghese di nostalgia e malinconia e che si ravviserebbe nell’opera di Tabucchi e nel suo Pereira. Fuori dalla storia e dal presente, Pereira non leggi i giornali, si rifugia nella letteratura e dialoga con il passato. Tale stato di immobilismo gli impedisce di prendere parte attiva alla situazione drammatica che vive il Portogallo del regime e, pur detestandone gli atti abominevoli, Pereira preferisce rifugiarsi nelle righe degli articoli della sua pagina culturale. Fino a questo punto egli è una sorta di antieroe, debole e fragile, simile a vari altri personaggi dei racconti tabucchiani.

lisbona C’è poi un altro tratto interessante che l’affratella ad altri personaggi, e questo tratto è la sua personalità sdoppiata. Alcuni studiosi ravvisano nel rapporto dei personaggi tabucchiani con il passato, una vera e propria scissione dell’io, e il romanzo in questione non si sottrae a questa lettura. Il passato non è soltanto rievocato, ma spesso è immaginato come altro da quello che è stato. È come se Pereira lo reinventasse, e costruisse una realtà che non ha potuto avere mai luogo. Sono sintomatici, a questo proposito, i monologhi con la moglie morta, alla quale il protagonista prospetta sempre la possibilità di quel figlio mai avuto e conseguentemente di una vita diversa.[1] Eppure Sostiene Pereira è giudicato come un romanzo diverso, e non a torto. Forse è la struttura che lo condiziona, il fatto che possa rientrare nella categoria del romanzo storico impone la presenza di personaggi delineati e meno sfumati; del resto il protagonista, alla fine del suo viaggio, trova un’identità e porta a definitivo compimento quella maturazione interiore che ha autorizzato taluni a parlare di bildungsroman. Se anche in questo testo ritorna l’idea di un io scisso – si veda la teoria della confederazione delle anime espressa dal dottor Cardoso [2] – è vero pure che l’io egemone alla fine della storia prenderà il sopravvento e condurrà Pereira alla maturazione definitiva, inducendolo a schierarsi apertamente contro il regime. Ma perché tutto questo avvenga, è necessario che si verifichi l’incontro, un incontro letterario, né ideologico, né politico, e che svelerà progressivamente la coscienza sopita del personaggio. La molla della vicenda sarà proprio la paternità mancata e l’affetto che Pereira nutre per i due giovani, visti come due figli. Come si vede, l’opera in questione non è interpretabile soltanto come denuncia di un preciso contesto politico, ma porta con sé implicazioni profonde che svelano il tributo di Tabucchi ad autori come Pirandello, Svevo e Pessoa.

Note al testo

[1] Prima di uscire si fermò davanti al ritratto di sua moglie e gli disse: ho trovato un ragazzo che si chiama Monteiro Rossi e ho deciso di assumerlo come collaboratore esterno per fargli fare i necrologi anticipati, credevo che fosse molto sveglio, invece mi pare un po’ imbambolato, potrebbe avere l’età di nostro figlio, se avessimo avuto un figlio, mi assomiglia un po’, gli cade una ciocca di capelli sulla fronte, ti ricordi quando anche a me cadeva una ciocca di capelli sulla fronte?, era al tempo di Coimbra, beh, non so che dirti, vedremo, oggi viene a trovarmi in redazione, ha detto che mi porta un necrologio, ha una bella ragazza che si chiama Marta e che ha i capelli color rame, però fa un po’ troppo la spigliata e parla di politica, pazienza, staremo a vedere.

Sostiene Pereira che da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di parlare al ritratto della moglie. Gli raccontava quello che aveva fatto durante il giorno, gli confidava i suoi pensieri, chiedeva consigli. Non so in che mondo vivo, disse Pereira al ritratto, me lo ha detto anche padre Antonio, il problema è che non faccio altro che pensare alla morte, mi pare che tutto il mondo sia morto o che sia in procinto di morire. E poi Pereira pensò al figlio che non avevano avuto. Lui , lo avrebbe voluto, ma non poteva chiederlo a quella donna gracile e sofferente che passava notti insonni e lunghi periodi in sanatorio. E si dispiacque. Perché se ora avesse avuto un figlio, un figlio grande col quale sedersi a tavola e parlare, non avrebbe avuto bisogno di parlare con quel ritratto che si riferiva a un viaggio lontano del quale quasi non si ricordava più. E disse: beh, pazienza, che era la sua formula di commiato dal ritratto di sua moglie.

[2] Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo. Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma, dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure, forse da ora in avanti la sua vita non le sembrerà più inutile, si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.

Citazioni tratte da: A. Tabucchi, Sostiene Pereira, Milano, Feltrinelli, 1994.

Bibliografia 

C. Boschi, Costruzione del personaggio e funzioni poetiche dell’eroismo della narrativa di Antonio Tabucchi, reperibile all’indirizzo http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/Web11/Boschi11.pdf.

E. Conti, Memoria e menzogna. La narrativa anni Ottanta di Antonio Tabucchi, in “Bollettino ‘900 –  Electronic Newsletter of Italian Literature”, a. XI, n. 1-2, giugno-dicembre 2005.

P. S. Lausten, L’uomo inquieto. Identità e alterità nell’opera di Antonio Tabucchi, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 2005.

Ragni e T. Iermano, Scrittori dell’ultimo novecento, in Storia della letteratura italiana, Il Novecento, Vol IX, diretta da Enrico Malato, Roma, Salerno, 2000.

Nov 252016
 

L’autunno della città

Questo venerdì, per la nostra rubrica L’autunno degli scrittori, vi propongo un racconto tratto da Marcovaldo di Italo Calvino; sarà una lettura a tratti divertente ma anche impegnativa per via del messaggio sotteso al testo. Per il brano integrale leggete alla fine dell’articolo.

Prima di riflettere sul testo, mi sembra opportuno spendere qualche parola sul titolo della raccolta di racconti: Marcovaldo; ma chi è Marcovaldo? Il nome altisonante indurrebbe a pensare ad un personaggio ingombrante, un eroe magari; in realtà, già dopo la lettura del primo racconto, si scopre che non si tratta affatto di un eroe, ma di un uomo alienato, sdoppiato e costantemente destinato al fallimento. Trasferitosi in città con la sua famiglia, Marcovaldo avverte il peso delle difficoltà economiche e di integrazione in un contesto urbano che gli risulta estraneo. Per calvinotale ragione cerca in tutti i modi di trovare uno spazio aperto nel mare di cemento della città, una via di fuga dalla ripetitività monotona della vita quotidiana, una soluzione ai problemi della società consumistica. Ogni racconto mostra un Marcovaldo alle prese con un’avventura dentro la quale lo scrittore dissemina temi di un certo spessore; il rapporto tra campagna e città, il consumismo, l’inquinamento, la trasformazione del tessuto sociale, le problematiche economiche sono soltanto gli aspetti più macroscopici che emergono dalla lettura delle 20 storie.

Volendo analizzare il testo numero 15, La pioggia e le foglie, e tentando di leggerlo nella prospettiva stagionale dell’autunno, possiamo muovere dal ritratto del protagonista. La sua figura si delinea mediante la routine delle azioni consuete. Ogni giorno Marcovaldo ripete gli stessi comportamenti, obbedisce alle richieste del capo e assolve ai suoi doveri; fra questi c’è quello più strano, la cura di un’esile pianta da appartamento che tuttavia acquisisce per l’eroe la funzione di un’ancora di salvezza. Le cure che Marcovaldo profonde per il vegetale quasi ci fanno sorridere, eppure queste altro non esprimono che il disperato tentativo di appello al mondo naturale che la società del consumo e della crescita industriale va distruggendo. Fin qui sembrerebbe che l’autore voglia trasmetterci una lettura consolatoria della realtà naturale ma, se si legge fino in fondo il testo, arrivando all’acme in cui l’esile fuscello, diventato una specie di baobab,  sfiorisce per eccessiva cura, si comprende che Calvino rifugge qualunque fiducia consolatoria nella calvino-2natura. La pianta viene meno, foglia dopo foglia, perché arriva l’autunno o forse perché Marcovaldo l’ha strapazzata troppo, ha violentato le leggi naturali, ha forzato la natura stessa. In un certo senso, l’eroe da paladino dell’ambiente incontaminato, diviene un manipolatore. Ancora più sintomatico è l’arrivo dell’autunno, inatteso e inaspettato per la massa che si stupisce dell’albero, ma soprattutto si meraviglia delle sue foglie d’oro; è come se il narratore volesse dirci che in città si smarriscono la cognizione del tempo e il contatto immediato con la natura. Eppure, da questa condizione, neppure Marcovaldo è esente; con il suo tentativo di rendere rigogliosa la pianta, non fa altro che violentare i cicli naturali, smarrendo il necessario rispetto del tempo stagionale.

In sintesi, l’autunno proposto dal brano sembra essere una sorta di autunno scorciato, verso il quale gli abitanti urbani possono al massimo provare qualche fugace attimo di stupore.


La pioggia e le foglie

In ditta, tra le varie altre incombenze, a Marcovaldo toccava quella d’innaffiare ogni mattina la pianta in vaso dell’ingresso. Era una di quelle piante verdi che si tengono in casa, con un fusto diritto ed esile da cui si staccano, da una parte e dall’altra, su lunghi gambi foglie larghe e lucide: insomma, una di quelle piante così a forma di pianta, con foglie così a forma di foglia, che non sembrano vere. Ma era pur sempre una pianta, e come tale soffriva, perché a star lì, tra la tenda e il portaombrelli, le mancavano luce, aria e rugiada. Marcovaldo ogni mattina scopriva qualche brutto segno: a una foglia il gambo s’inclinava come se non ce la facesse più a reggere il peso, un’altra s’andava picchiettando di chiazze come la guancia d’un bambino col morbillo, la punta d’una terza ingialliva; finché, una o l’altra, taci, la si trovava in terra. Intanto (quel che più stringeva il cuore) il fusto della pianta s’allungava, s’allungava, non più ordinatamente fronzuto, ma nudo come un bastone, con un ciuffetto in cima che la faceva somigliare a un palmizio.
Marcovaldo sgomberava il pavimento dalle foglie cadute, spolverava quelle sane, versava a pie della pianta (lentamente, che non traboccasse sporcando le piastrelle) mezzo annaffiatoio d’acqua, subito bevuto dalla terra del vaso. E in questi semplici gesti metteva un’attenzione come in nessun altro suo lavoro, quasi una compassione per le disgrazie d’una persona di famiglia. E sospirava, non si sa se per la pianta o per sé: perché in quell’arbusto che ingialliva allampanato tra le pareti aziendali riconosceva un fratello di sventura. Continua a leggere »

Nov 182016
 

pescarenicoLe due facce dell’autunno di Manzoni

Anche questo venerdì non poteva mancare un piccolo articolo sull’autunno. Questa volta non saranno versi e poesie a comunicarci le calde atmosfere stagionali, ma brani di autori famosi. Cominciamo con un noto incipit del IV capitolo de I Promessi Sposi.

Renzo e Lucia hanno visto naufragare il loro sogno di nozze ma, al culmine della disperazione, padre Cristoforo accorre prontamente in loro aiuto.

Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov’era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche sciagura.[1]

vitiLa celebre pagina del Manzoni prende avvio da una descrizione minuziosa che focalizza l’attenzione prima su un dato temporale, – ci viene detto che il sole si è appena levato – poi topografico, in quanto il narratore ci comunica con estrema cura di dettagli le dislocazioni del paesino di Pescarenico e del convento. La descrizione non si esaurisce qui, ma entra nel particolare e assume i caratteri di un quadro di paesaggio. Manzoni delinea i tratti essenziali della natura e la sua particolare condizione in poche frasi. Sullo sfondo bruno dei campi si staccano le stoppie biancastre, mentre le viti rosse squillano e si impongono all’occhio dello spettatore. È un affresco lieto, armonico, privo di tensioni, ma anche dissonante con descrizione seguente, che rivela i segni della carestia attraverso lo sguardo del frate.

Sorge immediata la domanda: a quale funzione risponde l’intera descrizione? È un pezzo virtuosistico? Naturalmente la domanda è più che retorica, perché nella struttura del romanzo nulla è casuale o semplicemente fine a se stesso.  Se la prima parte del brano – quella che si sofferma sugli aspetti topografici – può essere ascritta alla necessità di fornire particolari precisi e reali, nel rispetto delle regole imposte dal romanzo storico, la seconda rivela il sistema di pensiero dell’autore. Come ha rilevato ampiamente la critica, il paesaggio naturale non porta alcun segno di sconvolgimento, tutto procede nel rispetto di leggi silenziose e perfette, leggi che non sono altro che quelle divine. All’opposto, il quadro che si sofferma sull’uomo appare segnato da aspetti inquietanti e terribili: i poveri che mendicano, la vaccherella magra, il seminatore che raziona la semente, la fanciulla scarna. L’antitesi non è casuale, ma costituisce la conseguenza delle azioni dell’uomo, troppo spesso in contrasto con quelle divine e, per tale ragione, causa degli sconvolgimenti descritti.

Si può quindi affermare che l’immagine autunnale veicolata dal brano è analizzabile da due prospettive: quella dell’equilibrio e quella dello sconvolgimento. La natura, obbediente alle leggi stabilite da Dio, si conserva armoniosa. Il mondo umano invece è scosso violentemente a causa della sua incapacità e delle sue azioni irrazionali; la carestia altro non è che il risultato di una gestione errata delle risorse e di una cattiva ripartizione dei beni. A tutto ciò deve essere integrata una considerazione sul personaggio che guarda la scena e che stabilisce con essa una sorta di dialogo interiore. L’intero quadro, quello lieto e quello desolante, è filtrato attraverso i suoi occhi. Il grigiore della sofferenza è tanto più toccante proprio perché echeggia un’altra sofferenza, quella del religioso, raccolto in un silenzio meditativo e addolorato.

[1] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Milano, Zanichelli, pp. 87-88.

Bibliografia

Attilio Momigliano, Alessandro Manzoni, Milano-Messina, Principato, 1948.

Luigi Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Bari, Laterza, 1952.

Nov 112016
 

come-dautunno-le-foglie

L’autunno della precarietà.

L’immagine dell’autunno che voglio proporvi oggi è piuttosto particolare; si trova condensata in un’analogia fulminante che sovrappone la fatale caduta delle foglie ad un’altra condizione fatale, la inevitabile precarietà dell’uomo. Nei versi di Ungaretti che andremo a leggere, il riferimento stagionale passa completamente in secondo piano, cedendo spazio e rilevanza alla condizione dell’uomo. Ecco per voi i versi della lirica Soldati:

Soldati

Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come

D’autunno

Sugli alberi

Le foglie[1]

Per comprendere il significato dei versi occorre gettare un po’ di luce sul contesto che li ha visti nascere. È il 1918, Giuseppe Ungaretti è al fronte, sperimenta in ogni istante la precarietà di una vita appesa ad un filo, e si trova costantemente faccia a faccia con la morte. In questa situazione, tuttavia, scrive poesia, una poesia che è prima di tutto autobiografia, confessione di una condizione estrema e drammatica, come rivela la precisione con cui il poeta riporta luoghi e date della composizione. Semplice, quindi, scorgere dietro l’analogia il riferimento alla propria precarietà, come è abbastanza immediata l’estensione dalla condizione dell’io poetante a quella dell’intera umanità. Dietro le foglie autunnali, si trova un’intera umanità, assediata dall’emergenza bellica, come pure un’umanità più ampia che travalica quel tempo e quello spazio precisi.

Anche le scelte stilistiche sembrano voler riprodurre nella misura del verso quel senso di incertezza; il verso breve e franto e la rottura dell’ordine orizzontale della frase sembrano materializzare lo stato altalenante di chi è preso quotidianamente da due condizioni opposte: la vita e la morte.

Si tratta di un’immagine autunnale inconsueta e diversa da quelle proposte negli appuntamenti scorsi; lì si muoveva sempre da una precisa atmosfera autunnale per quanto trasfigurata e sovraccarica di sensi ulteriori, qui, invece, l’atmosfera autunnale non sembra delinearsi, se non per quel piccolo riferimento biologico (le foglie); ciò che invece emerge chiaramente è la condizione esistenziale dell’io con le conseguenti implicazioni biografiche.

[1] Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo, Milano, Mondadori, 2005, p. 87.

Bibliografia:

Alberto Casadei e Marco Santagata, Manuale di letteratura italiana contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2011.

Mario Allegri, «Vita d’un uomo» di Giuseppe Ungaretti, In Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere, Vol. IV.I, a cura di Alberto Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1995.

Stefano Pavarini, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo. Poetica e poesia dell’Ermetismo, in Storia della letteratura italiana, Il Novecento, Vol IX, diretta da Enrico Malato, Roma, Salerno, 2000.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per fornire alcuni servizi. Continuando la navigazione ne consentirai l'utilizzo.

Chiudi