Dic 302016
 

ciaramelleNatale e infanzia

La suggestione del tempo di Natale è dovuta talvolta alla memoria del passato che ci porta dritti al cuore dell’infanzia. Non mi sembra sbagliato quindi leggere una poesia come Le Ciaramelle[1] di Giovanni Pascoli. Il testo si trova alla conclusione dell’articolo.

È notte stellata, il poeta probabilmente riposa o è colto in uno stato di dormiveglia quando a un tratto si ode il suono delle ciaramelle. L’immagine è fortemente evocativa non solo per l’ambientazione e per l’allusione al cielo stellato, quanto per il processo memoriale che viene sollecitato. Le ciaramelle ricordano le melodie intonate dagli zampognari con i loro strumenti a fiato e richiamano i ricordi dell’infanzia. Vi è tuttavia un aspetto ancora più evocativo, si tratta dell’analogia che la melodia stabilisce con il suono della ninna nanna, cantilena per eccellenza dell’età dei fanciulli. Senza la sensazione uditiva però l’intero processo non risulterebbe attivato, in quanto in Pascoli, come taluni hanno notato, suoni, voci e visioni assumono un ruolo fondamentale e assolvono alla funzione memoriale. notte-stellata Eppure c’è anche un altro elemento che rende possibile il riappropriarsi del passato, si tratta dello stato di sonno in cui è immerso il poeta; il sonno, condizione per eccellenza di incoscienza, è un momento privilegiato per compiere esperienze al di là del quotidiano, come d’altra parte si configura l’esperienza che si snoda in questi versi. E che il sonno non sia un elemento accessorio lo testimonia l’insistita ricorrenza di termini come stelle, lumi, sonno, sbadiglio che si intrecciano alle sensazioni uditive reali o semplicemente evocate. Parlo di sensazioni evocate perché i canti delle ciaramelle risuonano nelle orecchie del poeta come altrettante melodie note; sono le note dei canti di preghiera, il ritmo della culla nel suo andirivieni, le nenie della madri. Le analogie proposte sono care al poeta che prova un senso di ristoro nel ricreare il suo passato, stabilendo un dialogo sommesso con un altro grande cantore della fanciullezza: Giacomo Leopardi. Come il recanatese, anche Pascoli crede che l’infanzia sia l’età della spensieratezza, la fase immune dagli affanni della vita e lo confessa proprio in questi versi:

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.[2]

L’età dell’infanzia è lontana da ciò che Leopardi definiva il vero; il suono delle ciaramelle, allora, è ricco di speranza in quanto attiva la memoria dell’età immune dalla sofferenza, affrancando per un attimo l’uomo dalle fatiche quotidiane. Non è casuale che Pascoli, rivolgendosi alle ciaramelle, dica loro di suscitare il pianto ristoratore prima che faccia giorno, in quanto il giorno pieno porta con sé il carico della vita; qui non si può ignorare un altro parallelismo con il Leopardi del Cantico del gallo silvestre, dove si legge:

A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne producono e formano di presente: perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza, quantunque ella in niun modo se gli convenga.[3]

C’è infine anche nelle soluzioni metriche un voler richiamare la musica dell’infanzia; il ritmo della lirica l’assimila a quello di una nenia. Ciò è possibile perché, come è stato notato, Pascoli si serve di strofe di quartine di due quinari, verso tradizionale della poesia popolare e qui utile a innescare la regressione verso la madre e verso l’infanzia.

Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne. Continua a leggere »

Dic 252016
 

Auguro a tutti voi il mio più sincero augurio per un Natale sereno e pieno di pace. Oggi preferisco fare silenzio e magari riflettere sui versi di questa poesia tanto nota ma sempre suggestiva. Auguri a tutti voi!

Buon Natale!

La notte Santa

– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

Guido Gozzano

Dic 242016
 

Un Natale da fiaba

santa_claus_3Eccoci pronti per una nuova avventura natalizia, questa volta all’insegna della leggerezza che soltanto uno scrittore come Calvino può concedere. Il brano in questione è tratto da Marcovaldo e porta il titolo di I figli di Babbo Natale. Perché ho titolato questo intervento alludendo ad un Natale da fiaba? Perché, come molti studiosi hanno fatto notare, nelle novelle marcovaldesche scritte intorno agli anni sessanta, Calvino sembrerebbe realizzare uno scarto verso il fantastico. Ma procediamo con ordine. La situazione iniziale della novella ci presenta una città indaffarata nei preparativi natalizi, i cittadini urbani corrono alla ricerca del regalo, le ditte si ingegnano pronte a mettere in campo qualunque strategia di marketing utile ad un incremento delle vendite, Marcovaldo elargisce doni come un vero Babbo Natale. Sappiamo bene che Calvino allude con ironia e umorismo all’Italia del boom economico e ne siamo certi perché è lui stesso a confessarlo nella presentazione alla raccolta del 1966:

A poco a poco, l’atmosfera del paese cambia: all’imma­gine d’un’Italia povera e «sottosviluppata» si con­trappone l’immagine di un’Italia che sta raggiungen­do, almeno in parte, il livello di sviluppo tecnico e di possibilità di lavoro e di consumo dei paesi più ricchi; nasce l’euforia (e l’illusione) del «miracolo economi­co», del «boom», della «società opulenta». [1]

 Come sempre l’autore ama disseminare nel testo la sua interpretazione della realtà; questa si configura come il trionfo del consumismo, cosicché gli oggetti e i sentimenti sembrano assumere lo stesso valore, innescando un equivoco inquietante, una specie di intercambiabilità tra l’uomo e l’oggetto; si legge nel racconto:

Tutti erano presi dall’atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto – come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta. [2]

Eppure, quando Calvino lascia i suoi messaggi nascosti, lo fa con una leggerezza e una piacevolezza inimitabili. Non c’è mai l’immagine di un Calvino censore o maestro, il nostro autore si nasconde dietro la sua piacevole ironia – forse esercitata nella lunga frequentazione dell’opera ariostesca – così come ama celarsi dietro quell’umorismo che, a parere di alcuni, costituirebbe un punto in comune con Pirandello. Così per mostrarci l’esasperazione a cui può arrivare la società dei consumi, l’umorismo di Calvino giunge a presentarci il lancio del regalo distruttivo, strumento eccezionale di annientamento e di rigenerazione esponenziale di merci e oggetti del mercato. Il lettore se la ride ma sa perfettamente che dietro il gioco esilarante della finzione narrativa si trova una verità piuttosto scomoda.

La lettura di questo racconto non si esaurisce a quanto detto. C’è un’atmosfera magica che percorre tutta la storia. Sarà il tremulo suono delle zampogne che oggi non si odono più, saranno i giochi dei figli di Marcovaldo, oppure l’albero immenso della casa del piccolo Gianfranco, sta di fatto che a tratti sembra di leggere una fiaba. Il sospetto diventa ancora più motivato nel finale:

E la città sembrava più piccola, raccolta in un’ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d’un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s’udiva l’ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna.
Uscì un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un’impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi.
C’era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là.
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo usci dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento.
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando.
È qua? È là? no, è un po’ più in là?
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina. [3]

Nel finale la città caotica e pullulante di oggetti si trasforma in qualcosa di sospeso, una specie di presepe protetto da un’ampolla di vetro. La sensazione di magia è intensa anche perché è rafforzata da quel gioco cromatico di colori neutri, il nero del bosco e del lupo e il bianco della neve e della lepre. Dietro questa immagine conclusiva alcuni hanno intravisto lo scarto che il Calvino degli anni sessanta attiva verso la fantasia e la fiaba. Si tratterebbe di una reazione al rischio di reificazione insito nella società e un unico ed estremo tentativo di fuga dalle forze che fagocitano l’uomo e lo sommergono.

Per la lettura del racconto leggere qui.

I figli di Babbo Natale

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. Continua a leggere »

Dic 212016
 

Un Natale a due facce: la neve, Il Natale di Leonardo Sciascia

Questa volta per la nostra rubrica ho scelto un testo in prosa; si tratta di un racconto di Leonardo Sciascia, La neve, il Natale, tratto da Le parrocchie di Regalpetra, una delle prime prove dell’autore. Una volta cominciata la lettura, finiscono per spegnersi uno dopo l’altro quei bagliori scintillanti a cui siamo abituati un po’ tutti in questo periodo. Se il titolo può ingannarci, lasciandoci congetturare una trama piacevole e intima, non ci inganna il suo autore, perché chi lo conosce è consapevole del valore che egli attribuisce alla letteratura. Quindi, non appena ci si appresta alla lettura, si è coscienti dell’impegno richiesto, sia questo intellettuale, morale o emotivo.

regalpetraIl brano non si presta ad una sintesi univoca, sua peculiarità è infatti collocarsi a metà strada tra un racconto e un saggio inchiesta, anticipando gli sviluppi dell’opera sciasciana successiva. Le riflessioni del narratore si intersecano seguendo il libero fluire dei pensieri e toccano aspetti anche piuttosto distanti tra di loro; troviamo condensate la critica al sistema scolastico italiano, la denuncia di un apparato burocratico inefficiente e farraginoso e di un sistema politico corrotto, l’amara analisi di una società a due marce, quella povera e quella dei galantuomini, l’acuta disamina di una realtà rassegnata e caparbiamente attaccata alla sicurezza del passato, l’ironica descrizione di una chiesa intenta più a gareggiare per questioni esteriori che a corrispondere alle necessità dei fedeli. Alla conclusione di tutto, poi, sta il finale ancora più amaro, il Natale vissuto dalla classe del maestro della vicenda, triste per almeno due motivi. Il primo ce lo dice la stessa voce narrante dopo aver ascoltato la cronaca di uno dei suoi allievi; un ragazzo povero che di ritorno da una serata di gioco con il suo misero premio di duecento lire, se ne vede privato in malo modo da un padre probabilmente disperato e che preferisce spenderli per ubriacarsi, forse per dimenticare le sue miserie; ma queste sono soltanto mie illazioni. neveDavanti a questo racconto drammatico, la voce narrante non può fare a meno di sfogare la sua tristezza ed affermare: “Ed il giorno della gran festa cristiana, che fa da sfondo e condiziona l’episodio, pare diventi, dietro questo bambino che piange nella sua casa oscura, una blasfema parodia[1]”. C’è poi un secondo motivo, e questo risulta dal montaggio stesso del racconto, infatti il maestro ammette che la maggior parte della classe ha trascorso il Natale allo stesso modo, salvo poi confessare che almeno tre ragazzi lo hanno vissuto in modo diverso e hanno detto amarissime cose. Viene fuori un quadro oppositivo molto forte che contrappone i bambini che vivono in condizioni più dignitose a quelli che stentano a condurre un’esistenza serena. Su tutto questo pesano le storture dell’Italia descritta, dai ritardi con cui giungono gli aiuti ai sinistrati per il freddo, sino alle ipocrisie di una società che invoglia i ragazzi all’istruzione ma non assicura loro il minimo per sostenersi.

Il quadro che emerge da questa lettura è quanto mai penoso e lo diventa ancora di più se consideriamo che alcuni di questi temi, sebbene in contesti sociali del tutto mutati, sono attualissimi. Come sempre la letteratura ci aiuta a pensare la nostra realtà in modo critico, una funzione straordinaria che già lo scrittore siciliano le riconosceva.

Per la lettura del brano leggere qui sotto.

[1] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Milano, Adelphi, 2016. (prima edizione digitale).

LA NEVE, IL NATALE

Il vento porta via le orecchie – dice il bidello. Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa. I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni. L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo che va all’ambio. Continua a leggere »

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