Gen 302017
 

Rubrica L’inverno nell’arte

Proseguendo i nostri itinerari invernali, ci imbattiamo nelle atmosfere aspre e innevate presentate nell’Ortis di Ugo Foscolo. Il brano è la ben nota lettera da Ventimiglia, della quale lascio il testo alla conclusione di questo breve articolo.

Paesaggi dell’anima nell’Ortis di Foscolo

alpiIl paesaggio invernale presentato da Foscolo porta con sé le tracce inconfondibili del gusto romantico; effettivamente non è difficile riscontrare nel vento gelido di tramontana che funesta i confini italiani o nella terra brulla, sovrastata dall’imponenza delle Alpi innevate, i tormenti e le tensioni interiori di un’epoca e di un preciso contesto storico, cosicché quel paesaggio è prima di tutto un riflesso dell’anima. La questione si chiarisce poco dopo, quando Jacopo piange le sorti dell’Italia, deplorandone lo stato di sottomissione allo straniero e l’assenza di quello spirito virile che era stato un elemento distintivo del suo glorioso passato. Il paesaggio alpino, colto nella stagione invernale, diventa allora la proiezione materiale della sfiducia di Jacopo, al quale non rimane altro che agognare la morte, come meta di pace e di annullamento totale. Rimane tuttavia una speranza, quella del nodo di affetti che potrà piangerlo sulla pietra della sua sepoltura; in questo modo la morte, sentita altrimenti come conclusione irreversibile, acquisisce un valore preciso.

Lettera da Ventimiglia

Alfine eccomi in pace! – Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. – Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. Continua a leggere »

Gen 232017
 

Rubrica L’inverno nell’arte

Pensare l’inverno significa attivare nella nostra mente tutta una serie di immagini, atmosfere e sensazioni; oggi privilegeremo un dettaglio piuttosto frequente di questa stagione, ma sempre particolarmente suggestivo.

Gradazioni luminose in Claude Monet

Claude_Monet_-_The_Magpie_-_Google_Art_ProjectLa gazza è il nome di questa tela che Claude Monet dipinse in occasione di un suo soggiorno a Etretat. È incredibile come questo titolo sia in parte smentito dalla percezione visiva che riesce a individuare, soltanto con una certa intenzionalità, il piccolo animaletto nero appollaiato sulla staccionata. Sembra piuttosto che il nostro occhio sia rapito dalla magia cromatica e luminosa dell’opera, in tal modo l’impressione che ne deriva è quella di un’atmosfera ovattata, sospesa, morbida e silenziosa. La sensazione momentanea è senza dubbio la grande protagonista di questo quadro, in conformità con i caratteri ricorrenti dell’Impressionismo. A guardare l’immensa gradazione dei bianchi che riproducono i mille effetti della luce sulla neve e osservando il gioco di ombre colorate, ci sembra di essere in quell’attimo in cui la tempesta è cessata per lasciar spazio alla calma silenziosa che in genere la segue. Impressioni e sensazioni insomma, quanto desideravano immortalare sulla tela gli artisti impressionisti, perché consapevoli che l’attimo presente è diverso da quello che precede e da quello che verrà.

 

Gen 212017
 

Nel 1956 escono in prima edizione Le Cosmicomiche, una raccolta di dodici racconti esilaranti che svolgono il tema dell’origine dell’universo, del cosmo e della vita. Le fasi indagate vanno dal Big Bang alla comparsa della luce e dei colori, passando per l’evoluzione della vita sino alla riflessione sull’universo in espansione. Lo svolgimento della trama narrativa muove dall’enunciazione di una teoria scientifica, rivisitata in modo alquanto fantasioso e per certi aspetti, come sostengono alcuni, per mezzo del mito. A riprova di questo è senza dubbio il titolo dell’opera del quale lo stesso Calvino ci dà un’interpretazione efficace in una famosa intervista:

Combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere insieme varie cose che mi stanno a cuore. Nell’elemento cosmico per me non entra tanto il richiamo all’attualità spaziale, quanto il tentativo di rimettermi in rapporto con qualcosa di molto più antico. Nell’uomo primitivo e nei classici il senso cosmico era l’atteggiamento più naturale; noi invece per affrontare le cose troppo grosse abbiamo bisogno d’uno schermo, d’un filtro,  e questa è la funzione del comico.[1]

Il cosmcosmiico a cui allude l’autore è quell’approccio che gli uomini del passato riservavano alla realtà, servendosi del mito, strumento eccezionale di interpretazione e comprensione, e Calvino desidera riappropriarsi di questo mezzo. Sebbene si parta da una teoria scientifica, lo scrittore la risolve in modo del tutto paradossale e surreale, fornisce una sua personale lettura dell’aspetto scientifico e si serve della comicità e del sorriso come filtro per scomporre le questioni che stanno a cuore all’uomo. In questo modo Le Cosmicomiche possono essere avvicinate prima di tutto come lettura piacevole, e poi con un approccio più impegnato. Si scoprirà che dietro alcune storie Calvino rivitalizza e risemantizza i miti dell’antichità, per accedere a nuovi significati; ne La distanza dalla luna, egli si riappropria del mito tradizionale della luna, avvertita come polo femminile e materno, così da riflettere su temi concreti quali l’amore, la passione, la gelosia. In Senza colori, rilegge e rinnova il mito di Orfeo ed Euridice, approfondendo la questione della distanza di posizioni diverse e talvolta inconciliabili. L’opera offre la possibilità di una profonda riflessione, giacché l’autore non ha voluto far altro che riflettere sull’uomo, sulle sue emozioni e pulsioni e sul mondo; lo dimostra la stessa voce narrante, quel Qfwfq della cui identità non sappiamo quasi nulla e che costituisce l’emblema dell’uomo di ogni tempo, con le sue paure, le sue gioie e le sue inquietudini.

[1] I. Calvino, Presentazione in Le Cosmicomiche, Mondadori, Milano, 1993.

Gen 162017
 

Rubrica L’inverno nell’arte

Atmosfere impalpabili in Quasimodo

Anche oggi dedichiamo un po’ del nostro tempo alla stagione invernale e leggiamo questi versi di Salvatore Quasimodo:

Antico inverno

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio di uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole:
un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.[1]

bird-100293_960_720Colpiscono immediatamente il modo in cui il poeta descrive la stagione fredda, e quell’atmosfera sospesa, impalpabile, rarefatta e astratta che alcuni studiosi avrebbero ravvisato non soltanto nella prima fase della poetica dell’autore, ma in un certo qual modo anche nella successiva. In realtà l’incipit del componimento non ci dà alcun sentore che si stia parlando dell’inverno, in quanto l’elemento da cui scaturisce il flusso poetico sono le mani chiare di una donna, a cui subito dopo il poeta collega l’immagine di un focolare e la sensazione olfattiva del loro profumo: le mani sapevano di rovere e di rose. Tale allusione, studiata attentamente dalla critica per i suoi impliciti rimandi ad altri testi, è pervasa da una forte sensualità, anche se, ad una lettura più attenta, è possibile notare che quell’aspetto tanto reale tende a sfumare i suoi contorni in quanto appartenente al tempo della nostalgia e della memoria. Poco dopo, infatti, il poeta definisce l’inverno Antico, suggerendo la sensazione che quel ricordo sia lontano, magari soltanto oggetto di un rimpianto. Eppure i tempi verbali della poesia sono tutti all’imperfetto, tempo del passato, ma di un passato dai confini poco precisi, segno che il ricordo ha ancora qualche relazione con il presente. Questa relazione risiede nel vagheggiamento di una condizione precedente positiva, sostituita irreparabilmente da una condizione negativa. In questo modo, l’imperfetto contribuisce a rendere ancora più impalpabile e indeterminato quel passato, quasi esso fosse assunto come emblema di una condizione assoluta. Ma la resa sospesa di quell’attimo invernale è tale perché, come hanno notato vari studiosi, Quasimodo compie delle scelte retorico-stilistiche ben precise. Ci sarebbe un’attenzione del poeta per i colori e nello specifico per le suggestioni luminose. Il colore che domina è il bianco delle mani chiare, della neve, degli uccelli che diventano neve, della nebbia, dell’aria del mattino; si tratta di una scelta cromatica che comunica la sensazione di una certa luminosità, a cui si aggiungono il colore più caldo della fiamma e quello del sole. Ma non è finita qui, tale astrazione, sempre secondo alcuni critici, sarebbe possibile grazie al continuo ricorso al meccanismo dell’analogia che fonde le immagini le une nelle altre e questa poesia è interamente giocata sulla compenetrazione di immagini molto diverse tra di loro. Si comincia da quelle mani femminili, per poi passare ai tratti tipici dell’inverno: la neve, la nebbia, un po’ di sole, fino a che l’inverno non diventa essenza stessa dei due amanti che sono fatti d’aria del mattino.

[1] La lirica appartiene alla raccolta poetica Acque e terre.

Testi consultati

L. Cardilli, I meccanismo figurali in Salvatore Quasimodo: tecnica, critica, ideologia,  a questo link: http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/Web24/8.L.Cardilli.pdf.

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