Apr 152017
 

La luce della Pasqua

Mario Luzi

PASQUA

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen.

Con questi versi mirabili, Mario Luzi concludeva il commento alla Via Crucis del 1999. Difficile lasciare un intervento per parole come queste e che solcano dentro. La poesia sprigiona luce già dal suo primo verso; il deflagrare della vita ha la stessa potenza di un’esplosione, e porta con sé la certezza ancora più dirompente che la finitudine e la fragilità umane sono state definitivamente sconfitte. Cristo spalanca davanti ai passi incerti e vacillanti del credente una strada illuminata ma perigliosa e indica una porta di gioia ma difficile da penetrare. Si tratta di un’immagine meravigliosa e drammatica allo stesso tempo, che ben descrive la condizione di dubbio dell’uomo, il suo voler proseguire lungo il sentiero del rinnovamento e l’impossibilità a percorrerlo; è un dissidio eterno che il poeta ha saputo rendere in modo eccezionale. Per questa ragione, è necessaria l’invocazione d’aiuto che conferisce a questa lirica il sapore di una preghiera e di un atto di pentimento. La chiusa è toccante e intensa perché è giocata sull’antitesi contrastiva tra l’offesa e il peccato umano e l’immenso e infinito amore divino.

Apr 052017
 

Rubrica Primavera ed arte

saffoo

La primavera è la stagione dei sensi e in particolar modo della vista, anche se in questa ode antichissima prevalgono le sensazioni uditive e olfattive. I versi sono della delicata poetessa Saffo, musa eccezionale, le cui produzioni vibrano di pathos e di sensazioni fortissime. Saffo vive a Lesbo e opera nel contesto del tiaso, una sorta di associazione per fanciulle nubili consacrate al culto di Afrodite, la dea dell’amore. Non è casuale, quindi, il fatto che l’ode qui oggetto di interesse, sia dedicata alla dea, anzi costituisca una vera e propria invocazione con la quale la donna supplica il nume di rivelarsi. L’atmosfera è sospesa, misteriosa, velata di sogno; essa si avvale della descrizione di un boschetto primaverile, colto in poche linee, ma essenziali e sufficienti per comunicare al lettore il senso di attesa. La primavera esala da ogni elemento naturale, è nell’acqua limpida che scorre, è nella brezza che stormisce, si trova nell’intenso profumo dei meli, dei fiori, delle rose e del miele. La poetessa fa appello all’udito, invitato a riprodurre nella finzione i suoni rassicuranti della natura, e stimola l’olfatto, irretito da quella maliosa mistura di odori. Si genera una condizione di sopore che ricorda una specie di trance, condizione esclusiva per l’epifania divina.

A me, quaggiù, da Creta in questo santo
tempio, là dove un incantato bosco
cresce di meli, ed in tuo onore altari
fumano d’incenso
qui fresca l’acqua mormora fra i rami
dei meli, e rose tutto il luogo adombrano,
e dalle foglie mormoranti scende
sacro sopore;
qui prateria nutrice di cavalli sboccia di fiori
primaverili, e brezze dolci soffiano;
Cipride, qua con le tue sacre bende,
in calici dorati, lievemente,
mescolato alla gioia della festa
nettare versa

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