Nov 262017
 

L’isola di Arturo è il resoconto di una crescita fisica e interiore che vede come protagonista il giovane Arturo. Orfano di madre, il bambino cresce in una Procida quasi fantastica e a tratti trasfigurata, allevato con il latte di capra del balio Silvestro e allietato, di tanto in tanto, dai fugaci ritorni paterni presso l’isola. L’infanzia di Arturo è un panismo con l’acqua, la terra, il cielo, è pieno dispiegamento di forze, è assenza delle più comuni convenzioni sociali, in un’espressione sintetica, è beata solitudine. Effettivamente, l’isolamento a cui è sottoposto il ragazzino è una condizione felice grazie alla quale egli si sente in armonia con il cosmo e può guardare con innocenza agli aspetti più svariati della realtà, sottoponendoli inconsapevolmente ad un processo di mitizzazione. È quanto accade alla figura paterna, vagheggiata durante le assenze e circonfusa da un alone eroico ereditato dalla lettura dei grandi classici che Arturo trova nella biblioteca della casa dei guaglioni. Eppure, arrivati ad un certo punto della diegesi, si incrina qualcosa. La Morante introduce l’imprevisto in modo repentino affidandosi a poche frasi e innescando il cambiamento che condurrà il protagonista a rompere il suo equilibrio interiore in favore di una vera e propria crisi; si legge nel romanzo:

Io avevo compiuto da poco quattordici anni; solo pochi giorni prima avevo saputo che da oggi, con l’arrivo del piroscafo delle tre, la mia esistenza cambiava. E, in attesa delle tre, combattuto fra l’impazienza e la ripugnanza, mi aggiravo per il porto. Nell’annunciarmi che sposava quella ignota napoletana, mio padre, con un tono doveroso (che pareva artefatto, tanto gli era insolito), mi aveva detto: — così, tu avrai una nuova madre. — E io, per la prima volta da quando ero nato, avevo provato un senso di rivolta contro di lui.[1]

 L’arrivo presso l’isola di Nunziatella però, se è vero che proietta su un Arturo ancora inconsapevole le prime ombre, tuttavia, secondo alcuni studiosi, non costituisce il vero spartiacque tra l’età felice dell’infanzia e quella problematica dell’adolescenza. Si legge infatti nel testo critico Cattedrali di carta:

A corrodere irreparabilmente l’universo di felicità e d’innocenza è quindi non l’arrivo di Nunz., ma la scoperta della sessualità femminile su cui si chiude il secondo capitolo, e la cui eco continua a risuonare nelle stanze della Casa dei guaglioni. Solo ora può prendere avvio il viaggio iniziatico. Un viaggio, sia ben chiaro, che non prevede occasioni di incontri clamorosi o prove di coraggio indomito: il percorso di maturazione di Arturo avviene tutto entro la dimensione sentimentale dell’interiorità, là dove si definiscono i limiti della coscienza individuale. Superare le «prove» significa confrontarsi, faccia a faccia, con quelle figure parentali che nell’orfanità primitiva erano miticamente assenti e correre il rischio rovinoso di scoprirne il mistero: la virilità adulta ridotta a parodia, la femminilità nel suo duplice aspetto di affetto materno e di erotismo sconvolgente.[2]

Bisogna attendere qualche pagina per osservare le prime crepe nel mondo totalizzante dell’infanzia e infatti è proprio la prima notte di nozze tra Nunziatella e il padre di Arturo a incupire il protagonista. Comincia da qui il duro cammino che l’eroe intraprende per accedere alla maturità. Gli avvenimenti che seguono, più serrati rispetto alla sezione iniziale, altro non sono che le prove affrontate dall’eroe sino al definitivo disincanto e alla caduta dei miti dell’infanzia. Il sintomo della crescita risiede nella nuova percezione che Arturo ha della sua esistenza; come molti sottolineano, lo stato di beata solitudine degli anni fanciulleschi diviene amaro e angosciante, segno dell’assenza degli affetti e delle relazioni umane, metafora dell’esilio e dell’estraneità rispetto al mondo sociale. Per compiere il suo ingresso iniziatico nella società, Arturo deve scontrarsi con l’amore, un sentimento di cui all’inizio non è consapevole, deve prendere coscienza della sua solitudine e vedere demoliti i suoi miti. L’ultimo, quello più doloroso da abbandonare, è il mito paterno. Il protagonista scopre, per bocca di Stella, che Wilhelm non è l’eroe immaginato, ma un impostore che ha celato la sua omosessualità dietro un matrimonio con una donna più piccola e dietro presunti e misteriosi viaggi di cui non racconta mai nulla. Al termine delle prove, Arturo può accedere alla maturità, ed è per questa ragione che la separazione dall’isola diviene inevitabile. Per il protagonista che abbondona Procida ad occhi chiusi si spalanca il mare, un mare, però, denso di incertezze e di dubbi come, del resto, è la concezione che la Morante possiede dell’esistenza umana.

[1] E. Morante, L’isola di Arturo, Torino, Einaudi, p. 48.

[2] G. Rosa, Cattedrali di carta, consultabile su https://www.liberliber.it/online/autori/autori-r/giovanna-rosa/cattedrali-di-carta/.

Testi consultati

C. Garboli, Introduzione all’Isola di Arturo, Torino, Einaudi, 2014.

F. Cartoni, L’isola di Arturo il passaggio dal microcosmo al macrocosmo, consultabile su https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/viewFile/48724/45486.

G. Rosa, Cattedrali di carta, consultabile su https://www.liberliber.it/online/autori/autori-r/giovanna-rosa/cattedrali-di-carta/.

T. Iermano e E. Ragni, prosatori e narratori del primo e del secondo Novecento, in Storia della letteratura italiana, Il Novecento, Vol IX, diretta da Enrico Malato, Roma, Salerno, 2000.

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