inchiostroecalamaio (Nancy D. M.)

Gen 022020
 
Risultato immagini per il tredicesimo dono"
Il tredicesimo dono di Joanne Huist Smith

Il tredicesimo dono è un romanzo d’amore nel senso più letterale del termine. Se amare è donare ma anche saper accettare il dono, allora questa storia lo esprime al meglio. Jo è una donna a cui sta per crollare il mondo attorno, dalla morte del marito non può che limitarsi a guardare il naufragio della sua famiglia. Il figlio più grande si chiude in un silenzio ostinato, il secondogenito finge di star bene, Megan incassa silenziosamente le dimenticanze e gli alibi materni. Ma è proprio lei, la bimba di casa, a ridestare l’allegria e la gioia di vivere. Tredici giorni prima di Natale, la famiglia Smith trova sotto il portico di casa un dono. Jo è infastidita; chiusa nel suo dolore non intende accettare regali, o più probabilmente non desidera che qualcuno l’aiuti. Megan invece è incuriosita e inizia a congetturare sul misterioso mittente. A poco a poco, la gioia della bambina e la sua innocente attesa del Natale finiscono per contagiare i membri della famiglia. Ognuno intraprende una personale strada di accettazione del dolore, aiutato dal ritrovato clima familiare e dagli inattesi doni che ogni giorno vengono depositati davanti alla propria dimora. Al sopraggiungere del Natale, Jo e i suoi ragazzi comprendono qual è il dono più bello: l’amore donato e ricevuto. Un libro da leggere d’un fiato, alla luce soffusa degli addobbi natalizi e perché no, sorseggiando a tratti una cioccolata calda.

Dic 252018
 

Tralasciando la mole consistente degli studi critici che ruotano intorno a questo inno, è possibile semplicemente abbandonarsi a qualche considerazione nata dalla lettura immediata del testo. Il Cantico di Frate Sole è pervaso dalla luce; non si tratta soltanto dell’insistito invito alla lode, che già di per sé implica una sensazione di gioioso ottimismo e di solarità, ma anche delle immagini che Francesco d’Assisi utilizza per dare voce al creato. La prima lode è verso Dio, poi seguono tutti gli elementi del creato che sono un segno evidente del loro creatore. Così appaiono il sole, la luna, le stelle, il fuoco, i fiori colorati, tutti aspetti della natura che qui risaltano per l’aggettivazione utilizzata. Il sole illumina, irraggia un vero e proprio splendore, la luna e le stelle sono belle, luminose e preziose, aggettivo, quest’ultimo, che richiama lo scintillio delle pietre preziose; l’acqua, oltre ad essere preziosa, è pure casta e cioè pulita, limpida, priva di impurità e quindi permeabile alla luce. Il fuoco illumina la notte ed è bello, piacevole, robusto e forte. La terra è ricca di colori con i suoi frutti, i fiori variopinti e l’erba. Anche se la struttura del Cantico ricorda quella dei salmi biblici e non lascia spazio a una grossa reinterpretazione da parte dell’autore, l’aspetto che lo rende così vicino a noi, nonostante sia scritto in dialetto umbro, è proprio il luminoso ottimismo che vibra in ogni lode per il Creatore. È vero pure, come molti studi sottolineano, che l’ultima parte sembrerebbe incrinare questo senso di gioiosa lode a causa del riferimento alla seconda morte e al peccato, ma soltanto nella misura in cui l’uomo sceglie deliberatamente di non accogliere la grazia divina.

 

Con queste brevissime riflessioni lascio i miei auguri di Natale. La scelta del Cantico di frate sole non è casuale, ma desidera tradurre un auspicio, la possibilità che ogni giorno, aprendo gli occhi, possiamo scoprire le cose belle e luminose, anche quando non sembrano esserci. Forse così il Natale lo festeggeremo quotidianamente!

Buon Natale

Da Inchiostroecalamaio

Cantico di frate sole

Altissimo Onnipotente bon Signore
tue so’ le laude, la gloria et omne benedictione.
A Te, solo Altissimo se confanno
et nullo homo è digno Te mentovare.

Laudato si’ mi’ Signore
con tutte le tue creature
e spetialmente messer lo frate sole,
lo qual’è iorno e allumini per lui,
et ellu è bello cum gran splendore,
de Te Altissimo ha significazione.

Laudato si’ mi’ Signore
per sora luna e per le stelle,
per frate vento per aere et omne tempo
con cui tu dai a noi  sustentamento.
Per sora acqua, umile et casta,
per frate foco robustoso et iocundo.

Laudato si’ mi’’ Signore
per sora nostra madre terra
la quale ci sostenta e ci governa,
ci dona frutti e fiori ed erba;
per chi perdona per lo tuo amore,
per chi sostiene infermità, tribolazione.

Laudato si’ mi’ Signore
per sora morte corporale,
da cui null’omo vivente può scampare.
Ma guai a chi troverà nelli peccati!
Beati quelli che troverà
nelle santissime tue voluntate.

Laudate et benedite
et rengratiate il mio Signore,
servite a Lui cum grande umilitate.
Laudate il mio Signore.

Nov 022018
 

Un indovino mi disse di Tiziano Terzani è un libro complesso che non è soltanto un semplice resoconto di viaggio, ma è un vero e proprio viaggio della conoscenza. L’opera raccoglie vari pezzi che il giornalista compose per il giornale tedesco Der Spiegel durante il 1993, anno che secondo la profezia di un indovino, lo avrebbe visto vittima di un disastro aereo. Proprio la profezia e l’incertezza sulla sua veridicità costituiscono il motore di un cammino di scoperta esteriore e interiore. Il viaggio di Terzani non è soltanto l’incontro con l’altro lungo delle direttrici spazio-temporali ben definite, ma è un itinerario personale in cui l’io interroga il mondo e si pone in relazione con esso. I fatti storici narrati, le tradizioni, i profumi e i colori di un’Asia affascinante e misteriosa, costituiscono il punto d’avvio per una riflessione su se stessi, sulla propria cultura e sull’Occidente. Terzani entra in crisi e si accorge che le sue vecchie certezze sono soltanto uno dei tanti punti di vista. L’immagine forte e salutistica dell’Occidente si sfalda e viene sostituita da una  una saggezza più autentica, scandita da riti e tradizioni antichissime. La critica alla nostra società è sottile e pungente, corre in ogni frase del libro e mostra le disastrose conseguenze di chi si allontana dalla natura e dall’essenziale. Terzani non s’arresta e delinea un rischio ancora più grave che incombe sulla stessa Asia. Pur di salvare se stessa e di emergere, pur di allinearsi alle logiche economiche mondiali ed essere così strappata dalla dipendenza, l’Asia finisce per diventare ancora più schiava, perché accetta una feroce neo-colonizzazione economica ma soprattutto ideologica. Nei suoi percorsi tra Cambogia, Vietnam, Malesia e Thailandia, Terzani piange la disintegrazione di un mondo che che di asiatico non possiede quasi più nulla. Un indovino mi disse non è quindi un libro esotico sull’Asia ma è qualcosa di più, è un cammino di riflessione sulla nostra società e su noi stessi.

 

Ott 012018
 

La figura retorica 

Allitterazione 

Se volessimo inquadrare Il tuono da un punto di vista retorico, potremmo affermare che l’allitterazione gioca un ruolo senz’altro rilevante; essa, poi, è tanto più potente perché costituisce la base su cui si innesta il fonosimbolismo che delinea il temporale. La ripetizione dei suoni tocca almeno tre foni consonantici, la nasale n, la labiale sonora b, la liquida r e, in tutti e tre i casi, la scelta retorica intende materializzare il paesaggio del temporale, lasciando intravedere una congerie di motivi sotterranei. Pascoli ripropone la ben nota opposizione tra esterno e interno, identificando il primo come il luogo dello smarrimento, in cui l’uomo senza direzioni è inerme e vittima del male del mondo. Ora, la ripetizione è, di solito, lo strumento con cui enfatizzare e dar rilevanza a concetti e immagini pregnanti, ed è quanto si verifica qui con l’uso iterativo dell’allitterazione. L’insistenza della nasale amplifica il colore della notte e attiva il richiamo con il nulla e con la morte; la ricorrenza della liquida e della labiale rende sonore le parole che si caricano, grazie al gioco onomatopeico di verbi come rimbombò, rimbalzò, rotolò, di concetti secondari più profondi. Il tuono descritto sconquassa con il suo boato tutto ciò che sta attorno, generando sensazioni di ansia e terrore. Ad un’analisi più profonda, il poeta non fa altro che alludere all’uomo e alla sua condizione di vittima, fintanto che permane fuori dall’intimità e dalla sicurezza del nido. L’interno allora acquisisce la funzione di protezione e di rifugio, come emerge nell’ultimo verso. Ai suoni che atterriscono, si contrappone la dolcezza confortante della nenia cantata dalle madri e di cui il movimento ondeggiate della culla costituisce il suo naturale prolungamento. Anche in questo caso, ricorre l’allitterazione e questa volta a ripetersi è la vocale centrale a, quella che per eccellenza indica l’apertura e la chiarezza. L’interno si configura come topos fermo e sereno e la ricorsività della vocale enfatizza uno stacco netto rispetto all’angustia emersa nei versi precedenti, dove i timbri vocalici più frequenti erano quelli scuri della o e della u.

Il tuono

E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì di madre, e il moto di una culla.

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