Dic 252018
 

Tralasciando la mole consistente degli studi critici che ruotano intorno a questo inno, è possibile semplicemente abbandonarsi a qualche considerazione nata dalla lettura immediata del testo. Il Cantico di Frate Sole è pervaso dalla luce; non si tratta soltanto dell’insistito invito alla lode, che già di per sé implica una sensazione di gioioso ottimismo e di solarità, ma anche delle immagini che Francesco d’Assisi utilizza per dare voce al creato. La prima lode è verso Dio, poi seguono tutti gli elementi del creato che sono un segno evidente del loro creatore. Così appaiono il sole, la luna, le stelle, il fuoco, i fiori colorati, tutti aspetti della natura che qui risaltano per l’aggettivazione utilizzata. Il sole illumina, irraggia un vero e proprio splendore, la luna e le stelle sono belle, luminose e preziose, aggettivo, quest’ultimo, che richiama lo scintillio delle pietre preziose; l’acqua, oltre ad essere preziosa, è pure casta e cioè pulita, limpida, priva di impurità e quindi permeabile alla luce. Il fuoco illumina la notte ed è bello, piacevole, robusto e forte. La terra è ricca di colori con i suoi frutti, i fiori variopinti e l’erba. Anche se la struttura del Cantico ricorda quella dei salmi biblici e non lascia spazio a una grossa reinterpretazione da parte dell’autore, l’aspetto che lo rende così vicino a noi, nonostante sia scritto in dialetto umbro, è proprio il luminoso ottimismo che vibra in ogni lode per il Creatore. È vero pure, come molti studi sottolineano, che l’ultima parte sembrerebbe incrinare questo senso di gioiosa lode a causa del riferimento alla seconda morte e al peccato, ma soltanto nella misura in cui l’uomo sceglie deliberatamente di non accogliere la grazia divina.

 

Con queste brevissime riflessioni lascio i miei auguri di Natale. La scelta del Cantico di frate sole non è casuale, ma desidera tradurre un auspicio, la possibilità che ogni giorno, aprendo gli occhi, possiamo scoprire le cose belle e luminose, anche quando non sembrano esserci. Forse così il Natale lo festeggeremo quotidianamente!

Buon Natale

Da Inchiostroecalamaio

Cantico di frate sole

Altissimo Onnipotente bon Signore
tue so’ le laude, la gloria et omne benedictione.
A Te, solo Altissimo se confanno
et nullo homo è digno Te mentovare.

Laudato si’ mi’ Signore
con tutte le tue creature
e spetialmente messer lo frate sole,
lo qual’è iorno e allumini per lui,
et ellu è bello cum gran splendore,
de Te Altissimo ha significazione.

Laudato si’ mi’ Signore
per sora luna e per le stelle,
per frate vento per aere et omne tempo
con cui tu dai a noi  sustentamento.
Per sora acqua, umile et casta,
per frate foco robustoso et iocundo.

Laudato si’ mi’’ Signore
per sora nostra madre terra
la quale ci sostenta e ci governa,
ci dona frutti e fiori ed erba;
per chi perdona per lo tuo amore,
per chi sostiene infermità, tribolazione.

Laudato si’ mi’ Signore
per sora morte corporale,
da cui null’omo vivente può scampare.
Ma guai a chi troverà nelli peccati!
Beati quelli che troverà
nelle santissime tue voluntate.

Laudate et benedite
et rengratiate il mio Signore,
servite a Lui cum grande umilitate.
Laudate il mio Signore.

Apr 212018
 

 

Forse perchè della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Nel sonetto Alla sera di Ugo Foscolo si avverte l’eco di tutta una tradizione precedente. I versi che seguono il vagare della mente poetica, dialogano con i modelli classici ma anche con quelli più recenti; eppure la lettura della lirica lascia intravedere una problematizzazione di quei moduli mai richiamati in maniera banale o superficiale. La lezione del Lucrezio del De rerum natura emerge con chiarezza dal modo con cui il poeta delinea la delicata similitudine tra la quiete apportata dalla sera e quella che si stabilisce con l’approssimarsi del nulla eterno. Effettivamente l’intero sonetto  è permeato da un grande senso di pace e di serenità; la morte, tema caro alla sensibilità romantica, diviene qui un momento positivo, privo di qualunque tratto tenebroso e sconcertante. Se l’invocazione della sera/morte rimanda tematicamente al gusto del Romanticismo europeo, occorre riconoscere la grande originalità di Foscolo nel rifiutare sia le tendenze più inquietanti di molti poeti del Romanticismo d’oltralpe, quanto qualunque tendenza misticheggiante. La sera invocata da Foscolo si alimenta dell’interiorità del poeta ed è legata alla sua storia individuale e personale, come rivelano le torme della cure e lo spirto guerrier delle terzine. In definitiva l’intero sonetto si configura come un unicum anche se Foscolo non è stato certamente il primo a ricorrere a immagini di questo tipo; alle sue spalle risiede una vasta tradizione di motivi lirici ispirati al sonno, alla sera e alla morte. Persino la personificazione della sera in una dea che scende con il suo corteo naturale è eredità di Pindemonte, ma la modalità di riproposizione del modello è nuova. Foscolo opera una risemantizzazione, eliminando il tono leggero e pittoresco del suo modello e calando nei versi un’atmosfera riflessiva, meditativa e intima. Il fulcro di tutto è proprio l’io poetico che, assorbito nel momento temporale descritto, segue le orme della sera che scende per giungere con essa ad un vero e proprio naufragio.

Bibliografia e sitografia

  • W. Binni, Foscolo, Firenze, Il Ponte Editore, 2017.
  • M. Lauretta, Foscolo: il classicismo come lirismo, https://revistas.ucm.es/index.php/CFCL/article/viewFile/47362/44402.
Mar 292018
 

In queste ore in cui ci uniamo al mistero della passione di Cristo, torna alla mente una tempera famosissima di Andrea Mantegna. Il Cristo morto è di una prepotente forza espressiva e comunica all’astante tutto il dramma del compianto. Mantegna non risparmia all’occhio del fruitore una certa durezza, quasi ostentata dalle recenti ferite che trapuntano le mani e i piedi del Cristo; nel rigor mortis che raggela il corpo in una posa quasi statuaria; nel dolore dei presenti che deforma e mostra il volto dell’umana sofferenza. La forza della tela è poi ampliata dallo scorcio prospettico ardito che obbliga l’osservatore a centrare la figura del Cristo. Si tratta di una scelta nuova da ascrivere alle prove della maturità dell’artista. Tutto questo però non implica la mancanza di controllo formale, anzi la tensione espressiva risulta incrementata dall’estrema compostezza dei tratti, quasi a dipingere un dolore lacerante ma non privo di speranza, quella che si concretizza nella gioia della Resurrezione.

Bibliografia e sitografia

  • Lezioni di arte 2, dal Rinascimento al rococò, Arese, Electa, 2002.
  • http://collegioballerini.it/Resource/MANTEGNA_1.pdf
Mar 212018
 

Ripenso il tuo sorriso

a K.

autunnoRipenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma…

E. Montale – Ossi di seppia

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