Gen 022020
 
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Il tredicesimo dono di Joanne Huist Smith

Il tredicesimo dono è un romanzo d’amore nel senso più letterale del termine. Se amare è donare ma anche saper accettare il dono, allora questa storia lo esprime al meglio. Jo è una donna a cui sta per crollare il mondo attorno, dalla morte del marito non può che limitarsi a guardare il naufragio della sua famiglia. Il figlio più grande si chiude in un silenzio ostinato, il secondogenito finge di star bene, Megan incassa silenziosamente le dimenticanze e gli alibi materni. Ma è proprio lei, la bimba di casa, a ridestare l’allegria e la gioia di vivere. Tredici giorni prima di Natale, la famiglia Smith trova sotto il portico di casa un dono. Jo è infastidita; chiusa nel suo dolore non intende accettare regali, o più probabilmente non desidera che qualcuno l’aiuti. Megan invece è incuriosita e inizia a congetturare sul misterioso mittente. A poco a poco, la gioia della bambina e la sua innocente attesa del Natale finiscono per contagiare i membri della famiglia. Ognuno intraprende una personale strada di accettazione del dolore, aiutato dal ritrovato clima familiare e dagli inattesi doni che ogni giorno vengono depositati davanti alla propria dimora. Al sopraggiungere del Natale, Jo e i suoi ragazzi comprendono qual è il dono più bello: l’amore donato e ricevuto. Un libro da leggere d’un fiato, alla luce soffusa degli addobbi natalizi e perché no, sorseggiando a tratti una cioccolata calda.

Nov 022018
 

Un indovino mi disse di Tiziano Terzani è un libro complesso che non è soltanto un semplice resoconto di viaggio, ma è un vero e proprio viaggio della conoscenza. L’opera raccoglie vari pezzi che il giornalista compose per il giornale tedesco Der Spiegel durante il 1993, anno che secondo la profezia di un indovino, lo avrebbe visto vittima di un disastro aereo. Proprio la profezia e l’incertezza sulla sua veridicità costituiscono il motore di un cammino di scoperta esteriore e interiore. Il viaggio di Terzani non è soltanto l’incontro con l’altro lungo delle direttrici spazio-temporali ben definite, ma è un itinerario personale in cui l’io interroga il mondo e si pone in relazione con esso. I fatti storici narrati, le tradizioni, i profumi e i colori di un’Asia affascinante e misteriosa, costituiscono il punto d’avvio per una riflessione su se stessi, sulla propria cultura e sull’Occidente. Terzani entra in crisi e si accorge che le sue vecchie certezze sono soltanto uno dei tanti punti di vista. L’immagine forte e salutistica dell’Occidente si sfalda e viene sostituita da una  una saggezza più autentica, scandita da riti e tradizioni antichissime. La critica alla nostra società è sottile e pungente, corre in ogni frase del libro e mostra le disastrose conseguenze di chi si allontana dalla natura e dall’essenziale. Terzani non s’arresta e delinea un rischio ancora più grave che incombe sulla stessa Asia. Pur di salvare se stessa e di emergere, pur di allinearsi alle logiche economiche mondiali ed essere così strappata dalla dipendenza, l’Asia finisce per diventare ancora più schiava, perché accetta una feroce neo-colonizzazione economica ma soprattutto ideologica. Nei suoi percorsi tra Cambogia, Vietnam, Malesia e Thailandia, Terzani piange la disintegrazione di un mondo che che di asiatico non possiede quasi più nulla. Un indovino mi disse non è quindi un libro esotico sull’Asia ma è qualcosa di più, è un cammino di riflessione sulla nostra società e su noi stessi.

 

Set 252018
 

L’opera di Tabucchi stabilisce una costellazione di richiami con la fotografia, la letteratura e le arti e ciò può dirsi anche per il testo finale dell’opera Si sta facendo sempre più tardi. In questo caso Tabucchi dialoga con una miriade di fonti letterarie e in particolare con le Heroides di Ovidio. Nella finzione letteraria, la decima epistola di Ovidio è scritta da Arianna ed è destinata a Teseo, così come quella denominata Lettera al vento presente nel romanzo tabucchiano. In entrambe il mezzo di comunicazione è l’epistola che, da canale bidirezionale, si trasforma in uno strumento del tutto inadeguato e insufficiente. A parlare è Arianna, immagine della donna abbandonata, tradita e sola; il suo tentativo è quello di riannodare i fili di una comunicazione troncata nel testo ovidiano dalla partenza di Teseo, e in quello di Tabucchi dall’azione del tempo che corrode. In entrambi i casi, la lettera e, in un certo senso l’atto di scrittura, vorrebbe poter lenire la sofferenza interiore, ma senza riuscirci perché entrambi i testi restano senza corrispondenza e si trasformano in un atto monologante privo di soluzione:

Sono qui, la brezza mi accarezza i capelli e io brancolo nella notte, perché ho perso il mio filo, quello che avevo dato a te, Teseo. [1]

Queste mani stanche di percuotere il mio petto colmo di mestizia, io, infelice, protendo verso di te al di là del vasto mare; ti mostro, affranta, questi capelli che mi sono rimasti; ti prego, per queste mie lacrime dovute alla tue azioni: volgi la tua nave, Teseo, e torna indietro al mutare del vento;[2]

In Tabucchi la lettera si fa monologo autoreferenziale, diventa un modo di riflettere su se stessi e sui grandi interrogativi, è un tentativo di cercare delle risposte e allo stesso tempo è anche la presa di coscienza dell’impossibilità di trovarle in maniera definitiva. Manca in Tabucchi il furor del modello ovidiano, perché Arianna non grida, non si strappa i capelli, non è gelida come il ghiaccio, piuttosto è pervasa dalla malinconia di chi sa di non poter riannodare i fili del tempo in quanto non le sarà offerta una seconda possibilità. Ecco perché la sua è ancora più una lettera al vento, destinata a perdersi senza alcuna risposta.

 

Riferimenti consultati 

Il romanzo epistolare si rinnova http://www.literary.it/dati/scorpione/lizzi/il_romanzo_epistolare_si_rinnova.html

Recensione http://www.italialibri.net/opere/semprepiutardi.html

Suggestioni classiche in Si sta facendo sempre più tardi di  Antonio Tabucchi http://www.progettoblio.com/files/L26-27.pdf

Tempo e memoria nella lingua e nella letteratura italiana http://www.infoaipi.org/attion/ascoli_vol_3.pdf

[1] http://www.rossovenexiano.com/agor%C3%A0/pubblicazioni/antonio-tabucchi-si-sta-facendo-sempre-pi%C3%B9-tardi

[2] A. Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 220.

Giu 072018
 

Il pubblico del Piccolo Principe

A quale pubblico è destinato Il piccolo principe? La risposta sembra ovvia; ai bambini, per una serie di ragioni come la scorrevolezza e la semplicità dell’argomento, per la presenza dei disegni e perché l’opera non è altro che una fiaba.

Quanto all’immediatezza della trama, è un fatto certo che il breve racconto può essere letto d’un fiato, e che l’argomento è alla portata dei bambini; un adulto che si accosti al Piccolo principe potrebbe sentirsi anche un po’ imbarazzato nel leggere una storia così semplice. Per di più l’autore ha pensato bene di corredare le pagine con dei disegni realizzati di suo pugno, come a voler incontrare la necessità innata dei bimbi di apprendere e capire guardando. Infine, a rendere Il piccolo principe adatto ad un pubblico di bambini è la sua stessa struttura che sembrerebbe mutuare dalla fiaba alcune caratteristiche. Il piccolo lettore non rischia di smarrirsi, abituato a individuare per una lunga familiarizzazione con le fiabe, un protagonista, un aiutante magico, una serie di ostacoli, il lieto fine.

Eppure Il piccolo principe, considerato all’unisono una classico, non ha catturato soltanto i bambini ma anche gli adulti. Sembra giusto chiedersi il motivo di questo successo e individuarlo innanzitutto in quella stessa piacevolezza e scorrevolezza di cui si parlava prima. Il problema è che questo classico, come molti altri successi editoriali, può essere letto su più piani e in modi diversi. La semplicità dell’argomento è soltanto un mezzo con cui l’autore ha cercato di perseguire un fine più ambizioso, è lui stesso a cifrare questo intento nella dedica iniziale: “Se tutte queste scuse non dovessero essere sufficienti, vorrei dedicare questo libro al fanciullo che questa persona adulta è stato. Tutti gli adulti sono stati fanciulli una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano.) Perciò correggo la mia dedica: a Leon Werth quando era bambino[1]. Il piccolo principe è prima di tutto un libro per grandi, o almeno per quei grandi che hanno ancora la capacità di ricordarsi di essere stati fanciulli. Sembra chiaro anche l’uso delle immagini che per un adulto acquisiscono un valore diverso; esse non sono soltanto lo strumento di una narrazione visiva, ma una specie di commento silenzioso e simbolico al testo scritto. Infine la stessa parziale sovrapposizione con la fiaba è l’espediente con cui liberare un insegnamento, una morale. La fiaba, a differenza della favola, non è obbligata a presentare un insegnamento, ma talvolta questa scelta diventa possibile come in questo caso, anche perché la storia narrata o meglio le storie narrate (quella del pilota e quella del Principe) costituiscono un esempio di bildungsroman. Alla conclusione della vicenda, il pilota e il Principe raggiungono la consapevolezza e la maturazione interiore, quelle qualità che forse de Saint-Exupèry sperava di suscitare nei suoi lettori.

 

Il messaggio

Se il Piccolo principe è in grado di parlare ai bambini così come agli adulti, è utile ricercare i messaggi che veicola. La lettura delle pagine dell’opera in realtà si presta ad innumerevoli interpretazioni perché le tematiche affrontate sono molteplici. La loro ricezione è subordinata all’intenzione del lettore che può decidere di intraprendere diversi percorsi. Volendo sintetizzare alcuni messaggi, può essere utile partire dal confronto diretto con il testo.

Ciò che è essenziale è invisibile agli occhi[2] dice la Volpe al Piccolo Principe prima di congedarsi, e in questo modo l’autore condensa il significato più evidente della sua storia, riproponendo una convinzione già espressa da Giovanni Pascoli, quando alludeva al Fanciullino sopito nell’uomo, capace di superare le apparenze e di ritrovare la novità negli aspetti più immediati. Si tratta di un invito abbastanza scontato, e forse neppure tanto se l’esortazione dello scrittore continua ancora a far parlare e far riflettere l’uomo attuale, così imbrigliato nei problemi della superficie e così poco disposto a sintonizzarsi con i ritmi del cuore.

<<Giudicherai te stesso. – Gli rispose il re – È la cosa più difficile. È molto più difficile giudicare se stessi che gli altri. Se riesci a giudicarti bene è segno che sei veramente un saggio.>>. [3]

La comunicazione con il proprio cuore è una capacità rara ma indispensabile per poter interagire con gli altri nell’autenticità. Il messaggio nascosto dietro queste parole potrebbe coincidere proprio con l’invito a osservarsi dentro per poi aprirsi all’esterno, in modo che il giudizio diventi più umano e sincero.

 <<Che cosa vuol dire addomesticare?>>

[…]

<<È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami … >>

<<Creare dei legami?>>

<<Certo. -Disse la volpe.- Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. Io non ho bisogno di te, e neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.>>[4]

 

Soltanto dopo aver preso contatto con il nostro fanciullino interiore si è in grado di aprirsi all’esterno, scegliendo chi addomesticare. Si tratta di un concetto anch’esso molto scontato, ma da autoriproporsi ogni tanto. Addomesticare non è cosa da poco, richiede tempo e fatica, e spesso comporta anche dolore e frustrazione.

 

Questa volta mi risposero di lasciare da parte i serpenti, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all’aritmetica e alla grammatica. Fu così che a sei anni io abbandonai una possibile carriera di pittore. L’insuccesso dei primi due disegni mi aveva demotivato.[5]

 

Infine quest’ultima frase comunica forse il messaggio più interessante. È il pilota che racconta, da bambino amava sottoporre agli adulti i suoi disegni, ma nei vari tentativi nessuno aveva dimostrato di comprendere le sue prove. Gli avevano consigliato di dedicarsi ad attività più utili quali la geografia o la matematica. Fra le righe si legge la critica che l’autore muove al mondo dei grandi e al loro sistema educativo.

 

Qualche studioso ha individuato dietro queste righe un riferimento alla differenza tra la psiche dell’adulto e quella del bambino. Il fanciullo non è rigido, e grazie a questa sua plasticità percepisce in maniera più autentica il mondo che lo circonda. Questo approccio può diventare per converso molto oneroso, perché al bambino manca ancora quella stratificazione razionale che l’adulto ha acquisito. È proprio nel confronto con la paura e con la difficoltà che può intervenire l’adulto. L’approccio più scontato è quello della rimozione, poiché l’adulto si sente imbarazzato e incapace di gestire la richiesta di aiuto del bambino; è ciò che accade al pilota che alla fine mette da parte le sue esigenze, e accetta l’invito degli adulti. Ma è possibile una seconda via, in cui l’adulto si prende cura del fanciullo e decide di entrarvi in contatto, scongiurando il rischio di un irrigidimento.

 

Conclusioni

 

La lettura che è stata data dell’opera ha focalizzato soltanto alcuni degli innumerevoli spunti veicolati dal testo, per di più in un modo non del tutto esaustivo. Ciò che si può dire in chiusura è che Il piccolo principe continua a godere di un successo intramontabile probabilmente per la ricchezza di messaggi nuovi e vecchi che possono essere estrapolati, per la sua disposizione a incantare un pubblico giovane come per la sua capacità di indurre un pubblico più maturo a riflettere.

 

[1] A. de Saint-Exupèry, Il piccolo principe, Crescere edizioni, p. 7.

[2] Ivi, p. 71.

[3] Ivi, p. 42.

[4] Ivi, p. 67.

[5] Ivi, p. 10.

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