Nov 022018
 

Un indovino mi disse di Tiziano Terzani è un libro complesso che non è soltanto un semplice resoconto di viaggio, ma è un vero e proprio viaggio della conoscenza. L’opera raccoglie vari pezzi che il giornalista compose per il giornale tedesco Der Spiegel durante il 1993, anno che secondo la profezia di un indovino, lo avrebbe visto vittima di un disastro aereo. Proprio la profezia e l’incertezza sulla sua veridicità costituiscono il motore di un cammino di scoperta esteriore e interiore. Il viaggio di Terzani non è soltanto l’incontro con l’altro lungo delle direttrici spazio-temporali ben definite, ma è un itinerario personale in cui l’io interroga il mondo e si pone in relazione con esso. I fatti storici narrati, le tradizioni, i profumi e i colori di un’Asia affascinante e misteriosa, costituiscono il punto d’avvio per una riflessione su se stessi, sulla propria cultura e sull’Occidente. Terzani entra in crisi e si accorge che le sue vecchie certezze sono soltanto uno dei tanti punti di vista. L’immagine forte e salutistica dell’Occidente si sfalda e viene sostituita da una  una saggezza più autentica, scandita da riti e tradizioni antichissime. La critica alla nostra società è sottile e pungente, corre in ogni frase del libro e mostra le disastrose conseguenze di chi si allontana dalla natura e dall’essenziale. Terzani non s’arresta e delinea un rischio ancora più grave che incombe sulla stessa Asia. Pur di salvare se stessa e di emergere, pur di allinearsi alle logiche economiche mondiali ed essere così strappata dalla dipendenza, l’Asia finisce per diventare ancora più schiava, perché accetta una feroce neo-colonizzazione economica ma soprattutto ideologica. Nei suoi percorsi tra Cambogia, Vietnam, Malesia e Thailandia, Terzani piange la disintegrazione di un mondo che che di asiatico non possiede quasi più nulla. Un indovino mi disse non è quindi un libro esotico sull’Asia ma è qualcosa di più, è un cammino di riflessione sulla nostra società e su noi stessi.

 

Ott 012018
 

La figura retorica 

Allitterazione 

Se volessimo inquadrare Il tuono da un punto di vista retorico, potremmo affermare che l’allitterazione gioca un ruolo senz’altro rilevante; essa, poi, è tanto più potente perché costituisce la base su cui si innesta il fonosimbolismo che delinea il temporale. La ripetizione dei suoni tocca almeno tre foni consonantici, la nasale n, la labiale sonora b, la liquida r e, in tutti e tre i casi, la scelta retorica intende materializzare il paesaggio del temporale, lasciando intravedere una congerie di motivi sotterranei. Pascoli ripropone la ben nota opposizione tra esterno e interno, identificando il primo come il luogo dello smarrimento, in cui l’uomo senza direzioni è inerme e vittima del male del mondo. Ora, la ripetizione è, di solito, lo strumento con cui enfatizzare e dar rilevanza a concetti e immagini pregnanti, ed è quanto si verifica qui con l’uso iterativo dell’allitterazione. L’insistenza della nasale amplifica il colore della notte e attiva il richiamo con il nulla e con la morte; la ricorrenza della liquida e della labiale rende sonore le parole che si caricano, grazie al gioco onomatopeico di verbi come rimbombò, rimbalzò, rotolò, di concetti secondari più profondi. Il tuono descritto sconquassa con il suo boato tutto ciò che sta attorno, generando sensazioni di ansia e terrore. Ad un’analisi più profonda, il poeta non fa altro che alludere all’uomo e alla sua condizione di vittima, fintanto che permane fuori dall’intimità e dalla sicurezza del nido. L’interno allora acquisisce la funzione di protezione e di rifugio, come emerge nell’ultimo verso. Ai suoni che atterriscono, si contrappone la dolcezza confortante della nenia cantata dalle madri e di cui il movimento ondeggiate della culla costituisce il suo naturale prolungamento. Anche in questo caso, ricorre l’allitterazione e questa volta a ripetersi è la vocale centrale a, quella che per eccellenza indica l’apertura e la chiarezza. L’interno si configura come topos fermo e sereno e la ricorsività della vocale enfatizza uno stacco netto rispetto all’angustia emersa nei versi precedenti, dove i timbri vocalici più frequenti erano quelli scuri della o e della u.

Il tuono

E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì di madre, e il moto di una culla.

Feb 242018
 

arleAncora legato alla maniera della Commedia dell’Arte è Il servitore di due padroni, anche conosciuto come Arlecchino servitore di due padroni. Della tradizione drammaturgica precedente l’opera presenta non pochi tratti, come la presenza delle maschere e dei tipi fissi, quei soggetti che avrebbero continuato a rassicurare il pubblico; una certa macchinosità e meccanicità dell’intreccio, giocato su continui colpi di scena e imprevisti; l’iniziale assenza di un testo scritto, in linea con la tendenza all’improvvisazione. Nonostante questo, Il servitore di due padroni rivela già la vivacità tipica delle commedie goldoniane successive e, sebbene non si rintraccino elementi propri delle commedie di carattere e d’ambiente, è lecito, a parere di alcuni, vedere in Truffaldino, il prolungamento naturale del comico che lo impersonò, quell’Antonio Sacchi che spronò l’autore alla composizione. Per chiarire questo aspetto sono interessanti le parole che Goldoni rivolge al lettore:

Quando io composi la presente Commedia, che fu nell’anno 1745, in Pisa, fra le cure legali, per trattenimento e per genio, non la scrissi io già, come al presente si vede. A riserva di tre o quattro scene per atto, le più interessanti per le parti serie, tutto il resto della Commedia era accennato soltanto, in quella maniera che i commedianti sogliono denominare «a soggetto»; cioè uno scenario disteso, in cui accennando il proposito, le tracce, e la condotta e il fine de’ ragionamenti, che dagli Attori dovevano farsi, era poi in libertà de’ medesimi supplire all’improvviso, con adattate parole e acconci lazzi, spiritosi concetti. In fatti fu questa mia Commedia all’improvviso così bene eseguita da’ primi Attori che la rappresentarono, che io me ne compiacqui moltissimo, e non ho dubbio a credere che meglio essi non l’abbiano all’improvviso adornata, di quello possa aver io fatto scrivendola. I sali del Truffaldino, le facezie, le vivezze sono cose che riescono più saporite, quando prodotte sono sul fatto dalla prontezza di spirito, dall’occasione, dal brio. Quel celebre eccellente comico, noto all’Italia tutta pel nome appunto di Truffaldino, ha una prontezza tale di spirito, una tale abbondanza di sali e naturalezza di termini, che sorprende: e volendo io provvedermi per le parti di lui. Questa Commedia l’ha disegnata espressamente per lui, anzi mi ha egli medesimo l’argomento proposto, argomento un po’ difficile in vero, che ha posto in cimento tutto il genio mio per la Comica artificiosa, e tutto il talento suo per l’esecuzione.[1]

A questa data, Goldoni non rifiuta ancora i moduli del passato, ma cerca di rifuggire gli aspetti più grossolani, circondandosi di attori capaci e pronti a vitalizzare la recitazione con una buona performance, lontana da qualunque forma di ripetitività e prevedibilità. Lo stesso Truffaldino manifesta dei segni nuovi rispetto all’Arlecchino della commedia precedente. Il nuovo servo sciocco rimane tale soltanto quando non utilizza l’ingegno, mentre in buona parte dell’intreccio manifesta un atteggiamento nuovo, astuto e finalizzato al raggiungimento dei propri obiettivi. Forse, dietro le azioni del servitore si nasconde già un certo influsso della lucida e razionale mentalità dell’uomo illuminista.

[1] https://www.liberliber.it/online/autori/autori-g/carlo-goldoni/il-servitore-di-due-padroni/

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per fornire alcuni servizi. Continuando la navigazione ne consentirai l'utilizzo.

Chiudi