Giu 022011
 
Verde, bianco e rosso. 
Verde come le foglie di cespugli bassi o di piccoli alberelli, bianco come le corolle di fiorellini penduli, rosso come la polpa dei frutti maturi. Pianta insolita il Corbezzolo! Suggestiva e ornamentale, fiorita e gravida di frutti nello stesso periodo. Il freddo non la spaventa, e così tra ottobre e novembre, fra le sue foglie verdi, spuntano grappoli bianchi di fiori. Il miracolo non è finito, perché, la natura ci fa lo scherzo, e lascia che alla fioritura si affianchino frutti rossi e polposi.
 
 
Verde, bianco e rosso, e forse, un bel giorno di autunno inoltrato, anche Pascoli, a passeggio per la vegetazione mediterranea, deve essere stato colpito dall’umile corbezzolo, magari proprio per la sua insolita fioritura e, siccome egli era il poeta delle piccole cose, sapeva come lasciare che il suo fanciullino dialogasse con la natura. Non gli sarà stato poi così difficile cantare questa poesia alla bella pianta:
 
O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
salvi, i tuoi frutti;
e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
ché metti i fiori quando ogni altro al
suolo
getta le foglie;
i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
l’ozio del verno;
Poi, man mano che il fanciullino del poeta continuava il suo dialogo, ecco che la pianta gli svelava la verità: verde, bianco e rosso, e il bell’alberello si fa italico:
 
o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
spieghi alla bora:
 
Verde, bianco e rosso e la magia è compiuta. Le foglie del corbezzolo seguono i movimenti della striscia verde del nostro tricolore, i fiorellini bianchi si fanno un’unica macchia e i piccoli frutti rossastri si dispongono in un’unica fascia verticale. Verde, bianco e rosso e la natura ci racconta i simboli della nostra Repubblica.
 
 
A questo punto, proprio perché al poeta non sarebbe piaciuto lasciare sulla tela solo qualche spruzzatina viva di colore, il dialogo fra il Fanciullino poetante e la piccola pianticella si trasforma nel ricordo di un passato lontano, ora riapparso in immagini simili a quelle di un sogno. 
In questo modo, i versi successivi della poesia Al Corbezzolo, lasciano intravedere auguri interpreti di voli, stormi neri di corvi, profezie e cupi timori. Dalle acque si vedono giungere le navi nere con le poppe decorate di Chimere, e soprattutto un popolo fuggiasco, giunto presso il Tevere per volere divino.
 
il gonfalone che dal lido estrusco
inalberavi e per i monti enotri,
sui sacri fonti, onde gemea tra il musco
l’acqua negli otri,
mentre sul poggio i vecchi deiformi
stavano, immersi nel silenzio e torvi
guardando in cielo roteare stormi
neri di corvi.
Pendeva un grave gracidar su capi
d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta
era al sussurro musico dell’api
qualche Carmenta;
ché allor chiamavi come ancor richiami,
alle tue rosse fragole ed ai bianchi
tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api:
sciami,
àlbatro, e branchi.
Gente raminga sorveniva, e guerra
era con loro; si sentian mugliare
corni di truce bufalo da terra,
conche dal mare
concave, piene d’iride e del vento
della fortuna. Al lido navi nere
volgean gli aplustri con d’opaco argento
grandi Chimere;
che avean portato al sacro fiume ignoto
un errabondo popolo nettunio
dalla città vanita su nel vuoto
d’un plenilunio.
Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,
ora sciogliean le lunghe chiome e il
pianto
spesso intonato intorno ad alti roghi
lungo lo Xanto;
 
Ma che cosa sta raccontando Giovanni Pascoli?
Questi ultimi versi, piuttosto ardui, possono essere compresi, come lo stesso poeta ha indicato, con la lettura dell’XI libro dell’Eneide. Pascoli invitava proprio a soffermarsi sul poema e sulla morte dell’eroe Pallante. Il racconto virgiliano narra gli onori che Enea e i suoi rendono a Pallante, figlio del re Evandro. Enea, giunto in Italia per volere divino, per dare origine alla stirpe da cui nascerà il grande popolo romano, è accolto con favore dal re dei Latini, che gli promette la figlia Lavinia. Lavinia, già destinata a Turno, re dei Rutuli, viene rivendicata. 

 
Allo scoppio delle controversie, Enea si allea con una popolazione greca, giunta in Lazio dall’Arcadia. Il re di questo popolo è Evandro, e suo figlio Pallante. Entrambi divengono grandi alleati di Enea, ma Pallante, in un combattimento con Turno, cade mortalmente. L’XI libro dell’Eneide racconta  la celebrazione dell’eroe, posto delicatamente su di un feretro fatto di foglie di corbezzolo e di quercia.
Pascoli muove da qui, per poi intrecciare al mito la storia della pianta e ravvisarvi il simbolo precoce del nostro tricolore nazionale.
Ecco, infatti, come prosegue la poesia:
 
ed i lor maschi voi mietean di spada,
àlbatri verdi, e rami e ceree polle
tesseano a farne un fresco di rugiada
feretro molle,
su cui deporre un eroe morto, un fiore,
tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,
lo radduceano ad un buon re pastore,
vecchio, suo padre.
 
Avvertiamo l’eco dei celebri versi dell’Eneide. Come nel poema, anche qui l’onoranza funebre è preparata con struggente dolcezza. “[…] e manda mille uomini scelti/da tutta la schiera, che accompagnino le estreme onoranze/e condividano le lagrime del padre, esiguo conforto/d’un immenso dolore, ma dovuto ad un padre infelice./Altri, solleciti, intrecciano il graticcio d’un morbido/feretro con verghe di corbezzolo e rami di quercia,/e sopra ombreggiano il giaciglio con una copertura di fronde.”.
Nei versi virgiliani viene dato più spazio al dolore del padre Evandro, non appena gli sarà consegnato il feretro. In Pascoli, il dolore paterno è un poco più schermato, mentre si concede più risalto alla delicatezza delle immagini vegetali. Il feretro molle è reso più bello dalle fronde dell’Albatro o Corbezzolo, dai suoi fiori, fra i quali il più bello è il giovinetto Pallante. 
Infine, così come accade nell’XI libro dell’Eneide, anche qui il corpo dell’eroe viene ricondotto al padre. Il corpo esanime giunge nella città di Pallante o Pallanteo. Al suo passaggio nulla rimane immobile, gli animali partecipano all’evento, ululano i cani, e l’aquila, che appare in cielo, si rende messaggera dell’evento luttuoso.
 
Ed ecco, ai colli giunsero sul grande
Tevere, e il loro calpestìo vicino
fugò cignali che frangean le ghiande
su l’Aventino;
ed ululò dal Pallantèo la coppia
dei fidi cani, a piè della capanna
regia, coperta il culmine di stoppia
bruna e di canna;
e il regio armento sparso tra i cespugli
d’erbe palustri col suo fulvo toro
subitamente risalia con mugli
lunghi dal Foro;
e là, sul monte cui temean le genti
per lampi e voci e per auguste larve,
alta una nera, ad esplorar gli eventi,
aquila apparve.
 
Persino le mucche si volgono a guardare il giovinetto:
 
Volgean la testa al feretro le vacche,
verde, che al morto su la fronte i fiocchi
ponea dei fiori candidi, e le bacche
rosse su gli occhi.
 
Verde, bianco e rosso:
 
Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto
del Palatino lo chiamava a nome,
alto piangendo, il primo eroe caduto
delle tre Rome.
 
Un climax ascendente la conclusione della lirica! La delicatezza delle fronde verdi del molle feretro, l’intreccio dei fiori bianchi che cingono la fronte di Pallante a mo’ di corona e i frutti rossi che gli chiudono gli occhi, diventano il nostro tricolore nazionale, bagnato del sangue del suo primo eroe: Pallante. Poco importa che sia mito o realtà!
2

 

Mag 052011
 
… un piccolo omaggio ad Emanuele …
 
The Spirit carries on: lo Spirito va avanti. 
 
Il più grande quesito o tormento dell’uomo. Chi siamo veramente? Spesso ci crediamo immortali, ma una volta, al filosofo francese Blaise Pascal è piaciuto paragonarci a canne scosse dal vento: “L’uomo non è che una canna, la più fragile della natura”. Avvertiamo spesso quella fragilità nelle tempeste e nelle burrasche della vita. A volte ci spezziamo, e proviamo vergogna, ci sentiamo umiliati. Ma Pascal non finiva così il suo paragone, infatti all’immagine più bella e drammatica che dava dell’uomo, accostava una certezza: “ma è una canna che pensa”. E questa sera vogliamo riflettere anche noi, lasciandoci trasportare e cullare dalla poesia di questi versi. In realtà si tratta di una canzone, ma in questo caso la parola poesia è la definizione più appropriata.
 
The Spirit carries on, così scrivono i Dream theater. Chi legge questo testo, indipendentemente dai gusti musicali, dal fatto che conosca o meno il gruppo musicale, ha la pelle d’oca.
Da dove veniamo?
Perché siamo qui?
Dove andiamo quando moriamo?
Cosa esiste prima? E cosa dopo?
C’è qualcosa di sicuro nella vita?
 
Sembra quasi di aprire un libro di filosofia. Si avverte l’eco delle pagine dei tanto amati o odiati filosofi dello gnosticismo. Uno di loro, un certo Valentino, rifletteva più o meno su queste questioni e diceva: “ciò che libera è la conoscenza di quello che eravamo, di ciò che siamo diventati; di dove eravamo, dove siamo stati gettati; verso dove ci affrettiamo, da dove siamo redenti; che cosa è nascita, che cosa è rinascita.”. Ma allora, se per essere liberi dobbiamo possedere la conoscenza delle risposte a queste domande, come possiamo trovarle?
Alcuni direbbero che queste sono domande di senso, altri le definirebbero esistenziali. Alcuni uomini preferiscono non pensarci, e lasciano che il mondo passi, che il fiume dell’esistenza li trasporti. Ma noi crediamo che tutti, almeno una volta, si siano posti una domanda come: perché siamo qui? Che cosa c’è dopo? Non è vietato interrogarsi, è giusto farsi domande, è bello poter trovare risposte ma anche riconoscere i limiti che ci impediscono di trovarne di definitive.
Queste sono le nostre domande, quelle di ogni uomo, e anche quelle dell’autore di The spirit carries on. Chi ha scritto l’ha fatto con un dolore a vista, con le ferite ancora fresche, ma in possesso di una speranza.
 
Si dice che “la vita è troppo breve”
“cogli l’attimo” e “vivi solo una volta”
ma ci potrebbe essere dell’altro,
ho già vissuto, prima di ora?
O questa vita è tutto ciò che abbiamo?
 
In sottofondo avvertiamo quasi il celebre motto oraziano del Carpe diem, tanto travisato nel corso del tempo, perché Orazio di certo non voleva consigliarci di darci alla vita sfrenata e al godimento senza ragione. La sua era un’affermazione densa di una saggezza profonda. Orazio avvertiva, proprio come noi, la caducità della vita umana, l’imperfezione e la finitudine dell’uomo, per questo intuiva che non doveva essere preoccupazione dell’uomo quella di curarsi del futuro giacché non gli apparteneva. L’invito del poeta latino era proprio quello di vivere a pieno il presente, con la consapevolezza della sua effimera consistenza. Eppure il corso dei secoli ha finito per stravolgere il Carpe diem, facendone un invito all’abbandono sfrenato dei sensi, con la convinzione che dopo la nostra vita non c’è nulla. E l’autore di The spirit carries on risponde:
 
Se muoio domani
starò bene, perché credo che
dopo che ce ne andiamo
lo spirito va avanti
 
Prima avevo paura della morte
Prima pensavo che la morte
fosse la fine di tutto
ma questo era prima. Non ho più paura
so che la mia anima andrà avanti
 
Non ho mai trovato tutte le risposte
non ho mai capito perché
non ho mai provato
che quello che so è vero
ma so che devo provarci ancora
 
 
Opinabile, per alcuni e forse molti questa potrebbe essere una risposta poco plausibile o un’illusione. Eppure l’autore dice che sa che deve provarci ancora. Sa che deve vivere, deve continuare il suo viaggio, non come uno spettatore che guarda passivamente dal finestrino, ma deve incantarsi nei paesaggi inediti, piacevoli e dolorosi della vita. Allora sarà un cercatore, e la sua ricerca non sarà vana, perché non avrà mollato tutto, non si sarà arreso vigliaccamente, pensando di chiudere gli occhi per cogliere l’attimo da sprovveduto. Ogni attimo sarà pieno e denso di significato, non gli scivolerà sopra, ma gli parlerà svelandogli un senso.
 
Avanti, sii coraggioso
non piangere sulla mia tomba
perché io non starò a lungo qui
ma per piacere fai in modo che la
memoria di me non scompaia mai in te
 
Sono salvo nella luce che mi circonda
libero dalla paura e dal dolore
la mia mente dubbiosa
mi ha aiutato a trovare
di nuovo il significato nella mia vita
La vittoria è reale
Finalmente nei miei sogni
mi sento in pace con la mia ragazza
e adesso che sono qui
è perfettamente chiaro
che ho capito il significato di tutto
 
Ed ecco svelato il senso della canzaone. L’autore non può più sentirsi vuoto, sa che la sua donna non è morta in eterno, sa che la sua anima è vita. Ora può proseguire in pace il suo viaggio.
 
Per chiudere con Pascal: “Ma qui c’è proprio una vita infinita infinitamente felice da guadagnare, una probabilità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quello che voi mettete in gioco è finito. Questo toglie ogni incertezza; […] E cosí, la nostra offerta possiede una forza infinita, quando c’è da arrischiare il finito in un gioco in cui sono uguali le probabilità di perdita e di guadagno, e c’è un infinito da guadagnare. […]”. La famosa scommessa di Pascal, se crediamo, e Dio esiste, allora otteniamo la salvezza; se non esiste, ma crediamo che ci sia, potremmo vivere più serenamente.
Ma questa è solo la chiusura del nostro articolo

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