Dic 022016
 

L’autunno di Pavese: stagione di un tempo ciclico

caGiungiamo alla conclusione del nostro percorso autunnale, siamo vicini alla festività dell’8 dicembre e ci pare opportuno lasciare spazio a nuovi temi. Desidero leggere un ultimo brano d’autore e godere dell’immagine autunnale abbozzata ne Il campo di granturco, racconto tratto da Feria d’agosto di Cesare Pavese. Non sarà una lettura semplice, probabilmente mi accosterò al testo in modo dilettantistico e poco preciso, ma desidero tentare. Per prepararci sarà opportuno anticipare che l’allusione all’autunno è rintracciabile alla fine del testo e si giungerà a parlarne soltanto dopo aver riflettuto su alcuni aspetti.

Leggiamo il testo che si trova alla conclusione dell’articolo.

Come avrete  notato, il campo di granturco si connatura come un racconto interiore; l’esile trama non lascia spazio a grossi movimenti narrativi e, in fin dei conti, i personaggi sono due, l’io soggetto e quel campo, rivissuto tutto nell’interiorità del narratore.

campo-di-cereale-autunno-16840542Tutto muove dall’incipitIl giorno che mi fermai ai piedi del campo di granturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi dall’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato[1]”. Il flusso narrativo prende avvio da quel qualcosa, segno non tanto di un ricordo cronologico preciso, quanto di una memoria indefinita, sicuramente verificatasi, ma svincolata in un certo senso dal tempo logico. In poche parole il ricordo che sopraggiunge nella mente e nell’essere interiore del narratore è così importante perché è assoluto, del resto alcuni critici parlano non di ricordo, ma di rimembranza, a indicare la “ricerca della Cosa […] al di là delle cose, della quale le figure rievocate sono cenni, rinvii, luminose ipostasi[2]”. Ma perché quel campo è così importante? In realtà, leggendo Feria d’agosto, si scopre che il campo è soltanto una delle possibili entità che attivano il processo memoriale descritto e, in fin dei conti, è lo stesso narratore a dire che: “avrebbe potuto essere una roccia impedente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite su un ciglio di un balzo[3]”. Ma allora che cosa rende il campo così speciale? È senza dubbio il significato che gli si lega, il campo è infatti un simbolo e porta con sé tutta la serie di miti cara a Pavese. Il campo è simultaneamente limite e punto di partenza alla volta del lontano, dell’ignoto, dell’altrove. Dal campo si vedono i profili delle colline, altra immagine ricorrente e densa di significati che qui sorvoliamo; attraverso gli steli si scorge il cielo vuoto, quel cielo che la critica individua come una realtà immateriale e sinonimo dell’infinito. A questo punto, tuttavia, sorge immediata la domanda: come inserire in questa riflessione l’autunno? È lo stesso narratore ad alludervi:

La stagione di quel campo è l’autunno, quando tutto si ridesta nelle campagne dietro ai filari di granturco. Si odono voci, si fanno raccolti, di notte si accendono fuochi. L’immobilità del campo contiene anche queste cose, ma come a una certa distanza, come promesse intravedute fra i rami. Il disseccarsi delle foglie apre sempre maggiori tratti di cielo, rivela più nudamente le colline lontane. Si pensa anche a quel che c’è dietro, e alle presenze notturne sul ciglione della Selva. Sale a volte nel ricordo il crepitio delle foglie gialle, e sgomenta come il trapestare di un passo ignoto e temuto, come il dibattersi di corpi in lotta. Ormai, nella distanza, sono una cosa sola i falò notturni sui colli e l’imbrunire fra gli steli vaghi del campo. Rassicura soltanto il pensiero che chi si è buttato a terra nascondendosi è il ragazzo, e che dagli steli pendono grosse pannocchie che i contadini verranno a raccogliere domani. E domani il ragazzo non ci sarà più.[4]

L’autunno è la fase dell’anno in cui si ripetono gesti e azioni rituali della campagna; i fuochi accesi di notte e i lavori pavesequotidiani rimandano al tempo ciclico della campagna e rinfocolano un’opposizione ossessiva nella produzione di Pavese. Si tratta di quel contrasto irrimediabile tra campagna e città, tra irrazionale e razionale, tra istinto e maturità, tra sete di scoperta e desiderio di infinito da una parte e coscienza dell’impossibilità di attualizzare quel desiderio dall’altra. Il campo di granturco, allora, è sintesi di una serie di miti, porta con sé le consuetudini dell’autunno e le rimembranze dell’infanzia.

[1] Tutte le citazioni del racconto in questione sono tratte da: C. Pavese, Il campo di granturco, in Feria d’agosto, Torino, Einaudi, 2013.

[2] E. Gioanola, la strada nel salto del vuoto reperibile a questo indirizzo: https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/download/37510/36306

[3] Tutte le citazioni del racconto in questione sono tratte da: C. Pavese, Il campo di granturco, in Feria d’agosto, Torino, Einaudi, 2013.

[4] Tutte le citazioni del racconto in questione sono tratte da: C. Pavese, Il campo di granturco, in Feria d’agosto, Torino, Einaudi, 2013.

 

Bibliografia

  1. B. Mencarini, Appunti per una mitografia pavesiana reperibile all’indirizzo: http://www.inlimine.it/ojs/index.php/in_limine/article/viewFile/259/359
  2. E. Gioanola, la strada nel salto del vuoto reperibile a questo indirizzo: http://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/view/37510/36306
  3. N. Arrigo, Mito (simbolo) e Logos (allegoria) ne “La terra e la morte” e ne “ La luna e i falò” di Cesare Pavese, reperibile all’indirizzo: http://www.ippocrene.com/2007_to_2010/images/stories/2010/letters/arrigo/pavese.pdf

 Il campo di granturco

Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi nell’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato. Dietro il campo, una terra in salita, c’era il cielo vuoto. «Quest’è un luogo da ritornarci», dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano. Continua a leggere »

Nov 252016
 

L’autunno della città

Questo venerdì, per la nostra rubrica L’autunno degli scrittori, vi propongo un racconto tratto da Marcovaldo di Italo Calvino; sarà una lettura a tratti divertente ma anche impegnativa per via del messaggio sotteso al testo. Per il brano integrale leggete alla fine dell’articolo.

Prima di riflettere sul testo, mi sembra opportuno spendere qualche parola sul titolo della raccolta di racconti: Marcovaldo; ma chi è Marcovaldo? Il nome altisonante indurrebbe a pensare ad un personaggio ingombrante, un eroe magari; in realtà, già dopo la lettura del primo racconto, si scopre che non si tratta affatto di un eroe, ma di un uomo alienato, sdoppiato e costantemente destinato al fallimento. Trasferitosi in città con la sua famiglia, Marcovaldo avverte il peso delle difficoltà economiche e di integrazione in un contesto urbano che gli risulta estraneo. Per calvinotale ragione cerca in tutti i modi di trovare uno spazio aperto nel mare di cemento della città, una via di fuga dalla ripetitività monotona della vita quotidiana, una soluzione ai problemi della società consumistica. Ogni racconto mostra un Marcovaldo alle prese con un’avventura dentro la quale lo scrittore dissemina temi di un certo spessore; il rapporto tra campagna e città, il consumismo, l’inquinamento, la trasformazione del tessuto sociale, le problematiche economiche sono soltanto gli aspetti più macroscopici che emergono dalla lettura delle 20 storie.

Volendo analizzare il testo numero 15, La pioggia e le foglie, e tentando di leggerlo nella prospettiva stagionale dell’autunno, possiamo muovere dal ritratto del protagonista. La sua figura si delinea mediante la routine delle azioni consuete. Ogni giorno Marcovaldo ripete gli stessi comportamenti, obbedisce alle richieste del capo e assolve ai suoi doveri; fra questi c’è quello più strano, la cura di un’esile pianta da appartamento che tuttavia acquisisce per l’eroe la funzione di un’ancora di salvezza. Le cure che Marcovaldo profonde per il vegetale quasi ci fanno sorridere, eppure queste altro non esprimono che il disperato tentativo di appello al mondo naturale che la società del consumo e della crescita industriale va distruggendo. Fin qui sembrerebbe che l’autore voglia trasmetterci una lettura consolatoria della realtà naturale ma, se si legge fino in fondo il testo, arrivando all’acme in cui l’esile fuscello, diventato una specie di baobab,  sfiorisce per eccessiva cura, si comprende che Calvino rifugge qualunque fiducia consolatoria nella calvino-2natura. La pianta viene meno, foglia dopo foglia, perché arriva l’autunno o forse perché Marcovaldo l’ha strapazzata troppo, ha violentato le leggi naturali, ha forzato la natura stessa. In un certo senso, l’eroe da paladino dell’ambiente incontaminato, diviene un manipolatore. Ancora più sintomatico è l’arrivo dell’autunno, inatteso e inaspettato per la massa che si stupisce dell’albero, ma soprattutto si meraviglia delle sue foglie d’oro; è come se il narratore volesse dirci che in città si smarriscono la cognizione del tempo e il contatto immediato con la natura. Eppure, da questa condizione, neppure Marcovaldo è esente; con il suo tentativo di rendere rigogliosa la pianta, non fa altro che violentare i cicli naturali, smarrendo il necessario rispetto del tempo stagionale.

In sintesi, l’autunno proposto dal brano sembra essere una sorta di autunno scorciato, verso il quale gli abitanti urbani possono al massimo provare qualche fugace attimo di stupore.


La pioggia e le foglie

In ditta, tra le varie altre incombenze, a Marcovaldo toccava quella d’innaffiare ogni mattina la pianta in vaso dell’ingresso. Era una di quelle piante verdi che si tengono in casa, con un fusto diritto ed esile da cui si staccano, da una parte e dall’altra, su lunghi gambi foglie larghe e lucide: insomma, una di quelle piante così a forma di pianta, con foglie così a forma di foglia, che non sembrano vere. Ma era pur sempre una pianta, e come tale soffriva, perché a star lì, tra la tenda e il portaombrelli, le mancavano luce, aria e rugiada. Marcovaldo ogni mattina scopriva qualche brutto segno: a una foglia il gambo s’inclinava come se non ce la facesse più a reggere il peso, un’altra s’andava picchiettando di chiazze come la guancia d’un bambino col morbillo, la punta d’una terza ingialliva; finché, una o l’altra, taci, la si trovava in terra. Intanto (quel che più stringeva il cuore) il fusto della pianta s’allungava, s’allungava, non più ordinatamente fronzuto, ma nudo come un bastone, con un ciuffetto in cima che la faceva somigliare a un palmizio.
Marcovaldo sgomberava il pavimento dalle foglie cadute, spolverava quelle sane, versava a pie della pianta (lentamente, che non traboccasse sporcando le piastrelle) mezzo annaffiatoio d’acqua, subito bevuto dalla terra del vaso. E in questi semplici gesti metteva un’attenzione come in nessun altro suo lavoro, quasi una compassione per le disgrazie d’una persona di famiglia. E sospirava, non si sa se per la pianta o per sé: perché in quell’arbusto che ingialliva allampanato tra le pareti aziendali riconosceva un fratello di sventura. Continua a leggere »

Nov 182016
 

pescarenicoLe due facce dell’autunno di Manzoni

Anche questo venerdì non poteva mancare un piccolo articolo sull’autunno. Questa volta non saranno versi e poesie a comunicarci le calde atmosfere stagionali, ma brani di autori famosi. Cominciamo con un noto incipit del IV capitolo de I Promessi Sposi.

Renzo e Lucia hanno visto naufragare il loro sogno di nozze ma, al culmine della disperazione, padre Cristoforo accorre prontamente in loro aiuto.

Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov’era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche sciagura.[1]

vitiLa celebre pagina del Manzoni prende avvio da una descrizione minuziosa che focalizza l’attenzione prima su un dato temporale, – ci viene detto che il sole si è appena levato – poi topografico, in quanto il narratore ci comunica con estrema cura di dettagli le dislocazioni del paesino di Pescarenico e del convento. La descrizione non si esaurisce qui, ma entra nel particolare e assume i caratteri di un quadro di paesaggio. Manzoni delinea i tratti essenziali della natura e la sua particolare condizione in poche frasi. Sullo sfondo bruno dei campi si staccano le stoppie biancastre, mentre le viti rosse squillano e si impongono all’occhio dello spettatore. È un affresco lieto, armonico, privo di tensioni, ma anche dissonante con descrizione seguente, che rivela i segni della carestia attraverso lo sguardo del frate.

Sorge immediata la domanda: a quale funzione risponde l’intera descrizione? È un pezzo virtuosistico? Naturalmente la domanda è più che retorica, perché nella struttura del romanzo nulla è casuale o semplicemente fine a se stesso.  Se la prima parte del brano – quella che si sofferma sugli aspetti topografici – può essere ascritta alla necessità di fornire particolari precisi e reali, nel rispetto delle regole imposte dal romanzo storico, la seconda rivela il sistema di pensiero dell’autore. Come ha rilevato ampiamente la critica, il paesaggio naturale non porta alcun segno di sconvolgimento, tutto procede nel rispetto di leggi silenziose e perfette, leggi che non sono altro che quelle divine. All’opposto, il quadro che si sofferma sull’uomo appare segnato da aspetti inquietanti e terribili: i poveri che mendicano, la vaccherella magra, il seminatore che raziona la semente, la fanciulla scarna. L’antitesi non è casuale, ma costituisce la conseguenza delle azioni dell’uomo, troppo spesso in contrasto con quelle divine e, per tale ragione, causa degli sconvolgimenti descritti.

Si può quindi affermare che l’immagine autunnale veicolata dal brano è analizzabile da due prospettive: quella dell’equilibrio e quella dello sconvolgimento. La natura, obbediente alle leggi stabilite da Dio, si conserva armoniosa. Il mondo umano invece è scosso violentemente a causa della sua incapacità e delle sue azioni irrazionali; la carestia altro non è che il risultato di una gestione errata delle risorse e di una cattiva ripartizione dei beni. A tutto ciò deve essere integrata una considerazione sul personaggio che guarda la scena e che stabilisce con essa una sorta di dialogo interiore. L’intero quadro, quello lieto e quello desolante, è filtrato attraverso i suoi occhi. Il grigiore della sofferenza è tanto più toccante proprio perché echeggia un’altra sofferenza, quella del religioso, raccolto in un silenzio meditativo e addolorato.

[1] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Milano, Zanichelli, pp. 87-88.

Bibliografia

Attilio Momigliano, Alessandro Manzoni, Milano-Messina, Principato, 1948.

Luigi Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Bari, Laterza, 1952.

Nov 112016
 

come-dautunno-le-foglie

L’autunno della precarietà.

L’immagine dell’autunno che voglio proporvi oggi è piuttosto particolare; si trova condensata in un’analogia fulminante che sovrappone la fatale caduta delle foglie ad un’altra condizione fatale, la inevitabile precarietà dell’uomo. Nei versi di Ungaretti che andremo a leggere, il riferimento stagionale passa completamente in secondo piano, cedendo spazio e rilevanza alla condizione dell’uomo. Ecco per voi i versi della lirica Soldati:

Soldati

Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come

D’autunno

Sugli alberi

Le foglie[1]

Per comprendere il significato dei versi occorre gettare un po’ di luce sul contesto che li ha visti nascere. È il 1918, Giuseppe Ungaretti è al fronte, sperimenta in ogni istante la precarietà di una vita appesa ad un filo, e si trova costantemente faccia a faccia con la morte. In questa situazione, tuttavia, scrive poesia, una poesia che è prima di tutto autobiografia, confessione di una condizione estrema e drammatica, come rivela la precisione con cui il poeta riporta luoghi e date della composizione. Semplice, quindi, scorgere dietro l’analogia il riferimento alla propria precarietà, come è abbastanza immediata l’estensione dalla condizione dell’io poetante a quella dell’intera umanità. Dietro le foglie autunnali, si trova un’intera umanità, assediata dall’emergenza bellica, come pure un’umanità più ampia che travalica quel tempo e quello spazio precisi.

Anche le scelte stilistiche sembrano voler riprodurre nella misura del verso quel senso di incertezza; il verso breve e franto e la rottura dell’ordine orizzontale della frase sembrano materializzare lo stato altalenante di chi è preso quotidianamente da due condizioni opposte: la vita e la morte.

Si tratta di un’immagine autunnale inconsueta e diversa da quelle proposte negli appuntamenti scorsi; lì si muoveva sempre da una precisa atmosfera autunnale per quanto trasfigurata e sovraccarica di sensi ulteriori, qui, invece, l’atmosfera autunnale non sembra delinearsi, se non per quel piccolo riferimento biologico (le foglie); ciò che invece emerge chiaramente è la condizione esistenziale dell’io con le conseguenti implicazioni biografiche.

[1] Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo, Milano, Mondadori, 2005, p. 87.

Bibliografia:

Alberto Casadei e Marco Santagata, Manuale di letteratura italiana contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2011.

Mario Allegri, «Vita d’un uomo» di Giuseppe Ungaretti, In Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere, Vol. IV.I, a cura di Alberto Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1995.

Stefano Pavarini, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo. Poetica e poesia dell’Ermetismo, in Storia della letteratura italiana, Il Novecento, Vol IX, diretta da Enrico Malato, Roma, Salerno, 2000.

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