Feb 242018
 

arleAncora legato alla maniera della Commedia dell’Arte è Il servitore di due padroni, anche conosciuto come Arlecchino servitore di due padroni. Della tradizione drammaturgica precedente l’opera presenta non pochi tratti, come la presenza delle maschere e dei tipi fissi, quei soggetti che avrebbero continuato a rassicurare il pubblico; una certa macchinosità e meccanicità dell’intreccio, giocato su continui colpi di scena e imprevisti; l’iniziale assenza di un testo scritto, in linea con la tendenza all’improvvisazione. Nonostante questo, Il servitore di due padroni rivela già la vivacità tipica delle commedie goldoniane successive e, sebbene non si rintraccino elementi propri delle commedie di carattere e d’ambiente, è lecito, a parere di alcuni, vedere in Truffaldino, il prolungamento naturale del comico che lo impersonò, quell’Antonio Sacchi che spronò l’autore alla composizione. Per chiarire questo aspetto sono interessanti le parole che Goldoni rivolge al lettore:

Quando io composi la presente Commedia, che fu nell’anno 1745, in Pisa, fra le cure legali, per trattenimento e per genio, non la scrissi io già, come al presente si vede. A riserva di tre o quattro scene per atto, le più interessanti per le parti serie, tutto il resto della Commedia era accennato soltanto, in quella maniera che i commedianti sogliono denominare «a soggetto»; cioè uno scenario disteso, in cui accennando il proposito, le tracce, e la condotta e il fine de’ ragionamenti, che dagli Attori dovevano farsi, era poi in libertà de’ medesimi supplire all’improvviso, con adattate parole e acconci lazzi, spiritosi concetti. In fatti fu questa mia Commedia all’improvviso così bene eseguita da’ primi Attori che la rappresentarono, che io me ne compiacqui moltissimo, e non ho dubbio a credere che meglio essi non l’abbiano all’improvviso adornata, di quello possa aver io fatto scrivendola. I sali del Truffaldino, le facezie, le vivezze sono cose che riescono più saporite, quando prodotte sono sul fatto dalla prontezza di spirito, dall’occasione, dal brio. Quel celebre eccellente comico, noto all’Italia tutta pel nome appunto di Truffaldino, ha una prontezza tale di spirito, una tale abbondanza di sali e naturalezza di termini, che sorprende: e volendo io provvedermi per le parti di lui. Questa Commedia l’ha disegnata espressamente per lui, anzi mi ha egli medesimo l’argomento proposto, argomento un po’ difficile in vero, che ha posto in cimento tutto il genio mio per la Comica artificiosa, e tutto il talento suo per l’esecuzione.[1]

A questa data, Goldoni non rifiuta ancora i moduli del passato, ma cerca di rifuggire gli aspetti più grossolani, circondandosi di attori capaci e pronti a vitalizzare la recitazione con una buona performance, lontana da qualunque forma di ripetitività e prevedibilità. Lo stesso Truffaldino manifesta dei segni nuovi rispetto all’Arlecchino della commedia precedente. Il nuovo servo sciocco rimane tale soltanto quando non utilizza l’ingegno, mentre in buona parte dell’intreccio manifesta un atteggiamento nuovo, astuto e finalizzato al raggiungimento dei propri obiettivi. Forse, dietro le azioni del servitore si nasconde già un certo influsso della lucida e razionale mentalità dell’uomo illuminista.

[1] https://www.liberliber.it/online/autori/autori-g/carlo-goldoni/il-servitore-di-due-padroni/

Feb 262017
 

Rubrica I colori del Carnevale

cigno

Il Cigno è probabilmente il brano più conosciuto dell’opera a cui Saint Saens ha dato il nome di Carnevale degli animali. Si tratta di quattordici brevi brani che alludono, mediante la tecnica della musica descrittiva, a vari animali, colti singolarmente o in gruppo, e in alcuni casi sullo sfondo dell’ambiente in cui vivono. In tutti i pezzi domina un tono ironico e a tratti canzonatorio; la musica, infatti, amplifica gli aspetti più ridicoli degli animali, stabilendo un sottile parallelismo con i personaggi del contesto musicale di cui Saint Saens conosce virtù e difetti. Il Cigno, tuttavia, non risponde a questa descrizione, e presenta, con una trama malinconica e virtuosistica, un dialogo sommesso tra un mirabile violoncello e gli arpeggi discreti del pianoforte. È il gioco dell’acqua e delle sue increspature che sfiorano con delicatezza il cigno pronto ad abbandonarvisi con una dolce tristezza. Per l’immaginazione non è difficile sfocare i contorni e vedere emergere dal corpo sinuoso dell’animale, quello di una donna, forse anche per l’influenza dalla memoria collettiva del famoso balletto interpretato da Anna Pavlova, il ben noto La morte del Cigno.

Feb 182017
 

Rubrica I colori del Carnevale

Per il nostro percorso sul Carnevale, leggiamo alcuni versi di Eugenio Montale riportati qui in basso.

maschere_colorate

Ha qualcosa di lugubre il Carnevale di Gerti; i carri che scorrono nel corteo, le ocarine dei bambini e la pioggia dei coriandoli si presentano in una sfilata automatica, destinata a procedere senza arrestarsi, per il compiersi di una misteriosa legge del destino. Invano Gerti cerca riparo in una tremula bolla d’aria, pallida allusione ad una realtà immaginaria e sognata, avvertita come unica prospettiva di scarto. Ciò che grava su di lei e sull’io poetico è l’incedere del tempo e l’impossibilità di un suo arresto, non a caso l’incepparsi della ruota del carro nel groviglio di girandole è questione di pochi attimi e, poco dopo, il corteo riprende il suo cammino. Il ricordo del passato è un barlume, si consuma in una rapida epifania, rivivendo nella memoria come immagine di un Capodanno lontano e perduto. Al poeta e a Gerti rimangono soltanto primavere che non fioriscono, strette nel gorgo affaticato degli uomini.

Se la ruota s’impiglia nel groviglio
delle stelle filanti ed il cavallo Continua a leggere »

Feb 062017
 

Rubrica I colori del Carnevale 

Oggi intendo riflettere con voi sul tema del Carnevale. Procederemo in questo modo per un periodo breve e analizzeremo opere di diversa tipologia. Vi auguro buona lettura!

Il Carnevale di Fulvio Roiter 

Il-Carnevale-di-Venezia-foto-di-Fulvio-Roiter

La bellezza di questo scatto risiede tutta nella sintesi cromatica, giacché le tonalità prevalenti sono soltanto due, il bianco e il viola. Messo da parte il campanile di San Marco, che si perde nell’atmosfera circonfusa di luce, la fotografia è l’esito di un sapiente gioco di luci che esaltano la perla della veste della maschera veneziana e ispessiscono le ombre della balaustra. Non a torto Fulvio Roiter è stato definito maestro del realismo, lo si vede chiaramente in questo capolavoro, in cui il primo piano esalta i tratti concreti della maschera, introducendoci nel clima tutto particolare del Carnevale veneziano. Il merito è anche delle scelte tecniche, l’uso del medio teleobiettivo provoca un leggero schiacciamento che avvicina i piani, costringendo l’occhio a focalizzarsi sul soggetto, vero punto focale dell’immagine. La bellezza della maschera però è da ricercarsi anche nell’attimo fugace che la mano del maestro ha saputo immortalare; il mosso del panneggio sembra quasi il librarsi in volo di un uccello, e le zigrinature violacee ricordano l’ala leggera di un volatile. Così la mano dolcemente abbandonata sul collo lascia intuire una sottile sensualità e conferisce al soggetto un senso di mistero, tale da disancorarlo dall’hic et nunc per renderlo immagine di un tempo assoluto.

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