Apr 212018
 

 

Forse perchè della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme

Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Nel sonetto Alla sera di Ugo Foscolo si avverte l’eco di tutta una tradizione precedente. I versi che seguono il vagare della mente poetica, dialogano con i modelli classici ma anche con quelli più recenti; eppure la lettura della lirica lascia intravedere una problematizzazione di quei moduli mai richiamati in maniera banale o superficiale. La lezione del Lucrezio del De rerum natura emerge con chiarezza dal modo con cui il poeta delinea la delicata similitudine tra la quiete apportata dalla sera e quella che si stabilisce con l’approssimarsi del nulla eterno. Effettivamente l’intero sonetto  è permeato da un grande senso di pace e di serenità; la morte, tema caro alla sensibilità romantica, diviene qui un momento positivo, privo di qualunque tratto tenebroso e sconcertante. Se l’invocazione della sera/morte rimanda tematicamente al gusto del Romanticismo europeo, occorre riconoscere la grande originalità di Foscolo nel rifiutare sia le tendenze più inquietanti di molti poeti del Romanticismo d’oltralpe, quanto qualunque tendenza misticheggiante. La sera invocata da Foscolo si alimenta dell’interiorità del poeta ed è legata alla sua storia individuale e personale, come rivelano le torme della cure e lo spirto guerrier delle terzine. In definitiva l’intero sonetto si configura come un unicum anche se Foscolo non è stato certamente il primo a ricorrere a immagini di questo tipo; alle sue spalle risiede una vasta tradizione di motivi lirici ispirati al sonno, alla sera e alla morte. Persino la personificazione della sera in una dea che scende con il suo corteo naturale è eredità di Pindemonte, ma la modalità di riproposizione del modello è nuova. Foscolo opera una risemantizzazione, eliminando il tono leggero e pittoresco del suo modello e calando nei versi un’atmosfera riflessiva, meditativa e intima. Il fulcro di tutto è proprio l’io poetico che, assorbito nel momento temporale descritto, segue le orme della sera che scende per giungere con essa ad un vero e proprio naufragio.

Bibliografia e sitografia

  • W. Binni, Foscolo, Firenze, Il Ponte Editore, 2017.
  • M. Lauretta, Foscolo: il classicismo come lirismo, https://revistas.ucm.es/index.php/CFCL/article/viewFile/47362/44402.
Gen 302017
 

Rubrica L’inverno nell’arte

Proseguendo i nostri itinerari invernali, ci imbattiamo nelle atmosfere aspre e innevate presentate nell’Ortis di Ugo Foscolo. Il brano è la ben nota lettera da Ventimiglia, della quale lascio il testo alla conclusione di questo breve articolo.

Paesaggi dell’anima nell’Ortis di Foscolo

alpiIl paesaggio invernale presentato da Foscolo porta con sé le tracce inconfondibili del gusto romantico; effettivamente non è difficile riscontrare nel vento gelido di tramontana che funesta i confini italiani o nella terra brulla, sovrastata dall’imponenza delle Alpi innevate, i tormenti e le tensioni interiori di un’epoca e di un preciso contesto storico, cosicché quel paesaggio è prima di tutto un riflesso dell’anima. La questione si chiarisce poco dopo, quando Jacopo piange le sorti dell’Italia, deplorandone lo stato di sottomissione allo straniero e l’assenza di quello spirito virile che era stato un elemento distintivo del suo glorioso passato. Il paesaggio alpino, colto nella stagione invernale, diventa allora la proiezione materiale della sfiducia di Jacopo, al quale non rimane altro che agognare la morte, come meta di pace e di annullamento totale. Rimane tuttavia una speranza, quella del nodo di affetti che potrà piangerlo sulla pietra della sua sepoltura; in questo modo la morte, sentita altrimenti come conclusione irreversibile, acquisisce un valore preciso.

Lettera da Ventimiglia

Alfine eccomi in pace! – Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. – Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. Continua a leggere »

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