Ott 092011
 

 

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,

campagne sotto il mietitor rimorte,

il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte

delle case, dicendo: Ave, Profeta!

Egli pensava al giorno di sua morte.

 

Egli si assise, all’ombra d’una mèta

di grano, e disse: Se non è chi celi

sotterra il seme, non sarà chi mieta.

 

Egli parlava di granai ne’ Cieli:

 e voi, fanciulli, intorno lui correste

con nelle teste brune aridi steli.

 

Egli stringeva al seno quelle teste

brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,

temo per l’inconsutile tua veste;

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:

-Il figlio_ Giuda bisbigliò veloce-

d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra ‘piedi:

 

Barabba ha nome il padre suo, che in croce

morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi

-No-, mormorò con l’ombra nella voce,

e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

Gesù buon Pastore, Gesù agnello che non apre bocca, Gesù seminatore nei campi del mondo, Gesù mietitore della messe; sono soltanto alcune delle immagini bibliche associate al Cristo e divenute temi iconografici. Esse ricorrono variamente disseminate nelle Scritture e tornano anche in questa poesia, mediante le scelte tutte personali del poeta.

L’atmosfera

Lo spazio in cui si colloca Cristo non è casuale. La prima strofa ci introduce immediatamente in un panorama agreste: e Gesù rivedeva, oltre il Giordano,/campagne sotto il mietitor rimorte. Il paesaggio della Palestina potrebbe essere quello di qualsiasi paesaggio agreste. Pascoli non dà dettagli, lascia intravedere l’immagine di Cristo che osserva i campi ormai mietuti. Lo spazio della campagna, così caro all’immaginario del poeta, non è fine a se stesso, perché le campagne rimorte sono più che altro luogo dell’anima.

Dalla prima strofa il poeta intesse un sottile paragone fra i campi morti e il destino del Messia. Il paragone si fa più evidente nella terza strofa in cui Pascoli riporta la parafrasi di un noto versetto dell’evangelista Giovanni: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12,23).

Alla mietitura estiva fanno da contrasto immagini di un cromatismo più scuro. I campi morenti suggeriscono pennellate nere; se dovessimo rappresentare la prima strofa, accanto al giallo spento e secco dei campi mietuti, utilizzeremmo pennellate nere o marroni. La scelta cromatica, solamente allusa nelle atmosfere delle prime tre strofe, trova maggiore concretezza più avanti, quando il poeta descrive i fanciulli che si accostano  al Maestro, cinti di aridi steli. Pascoli così abile nella scelta degli aspetti più umili della natura, sceglie steli riarsi con cui circondare le teste degli innocenti, forse sotterranea allusione alla corona di spine. Persino la scelta lessicale non può essere casuale. Lo stelo suggerisce un’idea di secchezza ancor di più per la presenza dell’aggettivo aridi, comunicando un’immagine simile a quella dei rovi.

Pascoli non fornisce nessuna informazione temporale eppure la stagione è senza dubbio quella della mietitura. Ma come già si diceva anche i connotati temporali perdono importanza davanti a questo paesaggio interiore, accecante come la luce del meriggio e secco per la insistente calura. Il momento culminante coincide con l’allusione esplicita alla croce, non Barabba ma Io. L’ambiente allora è davvero la proiezione di uno spazio interiore, quello del Cristo che attende: “il suo giorno non era molto lontano//Egli pensava al giorno della sua morte//Se non è chi celi/sotterra il seme, non sarà chi mieta.//Barabba ha nome il padre suo, che in croce morirà.”/ Ma il Profeta, alzando gli occhi,/No”, mormorò con l’ombra nella voce;

Il Cristo e i personaggi

Il poeta lascia che lo spazio riveli il segreto tormento di Gesù, e affida ai suoi pensieri e alle sue parole la confessione di una attesa tutta umana. L’immagine che Pascoli ci propone è quella di un uomo profondamente uomo, non di un supereroe. I suoi gesti, carichi di una tenerezza struggente, richiamano innumerevoli temi iconografici e prima ancora immagini della scrittura e dei salmi. Egli è prima di tutto il Profeta atteso da Israele, così come lo salutano le donne descritte nella seconda strofa. I campi mietuti, il mietitor del primo verso, e l’allusione al seme che deve morire per poter portare il vero frutto, ricordano il Cristo che semina, ma anche il Cristo che, alla fine dei tempi, tornerà a mietere la messe. Egli è Maestro e Buon Pastore mentre i fanciulli lo circondano, infine è Agnello innocente.

Negli ultimi versi della poesia la croce. Il dramma raggiunge l’apice quando alle parole dell’apostolo che preannuncia la morte di Barabba, Gesù risponde: No. Il monosillabo è l’affermazione di una volontà ferma e piena d’amore. L’innocente agnello si consegna per la salvezza dell’uomo e dell’umanità. Un gesto d’amore reso ancora più concreto da quell’ombra nella voce.

Pascoli affida agli atti e ai moti interiori del Cristo il compito di rivelare lo strazio e il tormento di un uomo che deliberatamente e per amore infinito sceglie di condursi alla morte che, tuttavia, non è la fine di tutto, ma un momento transitorio.

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