Nov 252016
 

L’autunno della città

Questo venerdì, per la nostra rubrica L’autunno degli scrittori, vi propongo un racconto tratto da Marcovaldo di Italo Calvino; sarà una lettura a tratti divertente ma anche impegnativa per via del messaggio sotteso al testo. Per il brano integrale leggete alla fine dell’articolo.

Prima di riflettere sul testo, mi sembra opportuno spendere qualche parola sul titolo della raccolta di racconti: Marcovaldo; ma chi è Marcovaldo? Il nome altisonante indurrebbe a pensare ad un personaggio ingombrante, un eroe magari; in realtà, già dopo la lettura del primo racconto, si scopre che non si tratta affatto di un eroe, ma di un uomo alienato, sdoppiato e costantemente destinato al fallimento. Trasferitosi in città con la sua famiglia, Marcovaldo avverte il peso delle difficoltà economiche e di integrazione in un contesto urbano che gli risulta estraneo. Per calvinotale ragione cerca in tutti i modi di trovare uno spazio aperto nel mare di cemento della città, una via di fuga dalla ripetitività monotona della vita quotidiana, una soluzione ai problemi della società consumistica. Ogni racconto mostra un Marcovaldo alle prese con un’avventura dentro la quale lo scrittore dissemina temi di un certo spessore; il rapporto tra campagna e città, il consumismo, l’inquinamento, la trasformazione del tessuto sociale, le problematiche economiche sono soltanto gli aspetti più macroscopici che emergono dalla lettura delle 20 storie.

Volendo analizzare il testo numero 15, La pioggia e le foglie, e tentando di leggerlo nella prospettiva stagionale dell’autunno, possiamo muovere dal ritratto del protagonista. La sua figura si delinea mediante la routine delle azioni consuete. Ogni giorno Marcovaldo ripete gli stessi comportamenti, obbedisce alle richieste del capo e assolve ai suoi doveri; fra questi c’è quello più strano, la cura di un’esile pianta da appartamento che tuttavia acquisisce per l’eroe la funzione di un’ancora di salvezza. Le cure che Marcovaldo profonde per il vegetale quasi ci fanno sorridere, eppure queste altro non esprimono che il disperato tentativo di appello al mondo naturale che la società del consumo e della crescita industriale va distruggendo. Fin qui sembrerebbe che l’autore voglia trasmetterci una lettura consolatoria della realtà naturale ma, se si legge fino in fondo il testo, arrivando all’acme in cui l’esile fuscello, diventato una specie di baobab,  sfiorisce per eccessiva cura, si comprende che Calvino rifugge qualunque fiducia consolatoria nella calvino-2natura. La pianta viene meno, foglia dopo foglia, perché arriva l’autunno o forse perché Marcovaldo l’ha strapazzata troppo, ha violentato le leggi naturali, ha forzato la natura stessa. In un certo senso, l’eroe da paladino dell’ambiente incontaminato, diviene un manipolatore. Ancora più sintomatico è l’arrivo dell’autunno, inatteso e inaspettato per la massa che si stupisce dell’albero, ma soprattutto si meraviglia delle sue foglie d’oro; è come se il narratore volesse dirci che in città si smarriscono la cognizione del tempo e il contatto immediato con la natura. Eppure, da questa condizione, neppure Marcovaldo è esente; con il suo tentativo di rendere rigogliosa la pianta, non fa altro che violentare i cicli naturali, smarrendo il necessario rispetto del tempo stagionale.

In sintesi, l’autunno proposto dal brano sembra essere una sorta di autunno scorciato, verso il quale gli abitanti urbani possono al massimo provare qualche fugace attimo di stupore.


La pioggia e le foglie

In ditta, tra le varie altre incombenze, a Marcovaldo toccava quella d’innaffiare ogni mattina la pianta in vaso dell’ingresso. Era una di quelle piante verdi che si tengono in casa, con un fusto diritto ed esile da cui si staccano, da una parte e dall’altra, su lunghi gambi foglie larghe e lucide: insomma, una di quelle piante così a forma di pianta, con foglie così a forma di foglia, che non sembrano vere. Ma era pur sempre una pianta, e come tale soffriva, perché a star lì, tra la tenda e il portaombrelli, le mancavano luce, aria e rugiada. Marcovaldo ogni mattina scopriva qualche brutto segno: a una foglia il gambo s’inclinava come se non ce la facesse più a reggere il peso, un’altra s’andava picchiettando di chiazze come la guancia d’un bambino col morbillo, la punta d’una terza ingialliva; finché, una o l’altra, taci, la si trovava in terra. Intanto (quel che più stringeva il cuore) il fusto della pianta s’allungava, s’allungava, non più ordinatamente fronzuto, ma nudo come un bastone, con un ciuffetto in cima che la faceva somigliare a un palmizio.
Marcovaldo sgomberava il pavimento dalle foglie cadute, spolverava quelle sane, versava a pie della pianta (lentamente, che non traboccasse sporcando le piastrelle) mezzo annaffiatoio d’acqua, subito bevuto dalla terra del vaso. E in questi semplici gesti metteva un’attenzione come in nessun altro suo lavoro, quasi una compassione per le disgrazie d’una persona di famiglia. E sospirava, non si sa se per la pianta o per sé: perché in quell’arbusto che ingialliva allampanato tra le pareti aziendali riconosceva un fratello di sventura. Continua a leggere »

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