Gen 302017
 

Rubrica L’inverno nell’arte

Proseguendo i nostri itinerari invernali, ci imbattiamo nelle atmosfere aspre e innevate presentate nell’Ortis di Ugo Foscolo. Il brano è la ben nota lettera da Ventimiglia, della quale lascio il testo alla conclusione di questo breve articolo.

Paesaggi dell’anima nell’Ortis di Foscolo

alpiIl paesaggio invernale presentato da Foscolo porta con sé le tracce inconfondibili del gusto romantico; effettivamente non è difficile riscontrare nel vento gelido di tramontana che funesta i confini italiani o nella terra brulla, sovrastata dall’imponenza delle Alpi innevate, i tormenti e le tensioni interiori di un’epoca e di un preciso contesto storico, cosicché quel paesaggio è prima di tutto un riflesso dell’anima. La questione si chiarisce poco dopo, quando Jacopo piange le sorti dell’Italia, deplorandone lo stato di sottomissione allo straniero e l’assenza di quello spirito virile che era stato un elemento distintivo del suo glorioso passato. Il paesaggio alpino, colto nella stagione invernale, diventa allora la proiezione materiale della sfiducia di Jacopo, al quale non rimane altro che agognare la morte, come meta di pace e di annullamento totale. Rimane tuttavia una speranza, quella del nodo di affetti che potrà piangerlo sulla pietra della sua sepoltura; in questo modo la morte, sentita altrimenti come conclusione irreversibile, acquisisce un valore preciso.

Lettera da Ventimiglia

Alfine eccomi in pace! – Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. – Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. Continua a leggere »

Gen 162017
 

Rubrica L’inverno nell’arte

Atmosfere impalpabili in Quasimodo

Anche oggi dedichiamo un po’ del nostro tempo alla stagione invernale e leggiamo questi versi di Salvatore Quasimodo:

Antico inverno

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio di uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole:
un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.[1]

bird-100293_960_720Colpiscono immediatamente il modo in cui il poeta descrive la stagione fredda, e quell’atmosfera sospesa, impalpabile, rarefatta e astratta che alcuni studiosi avrebbero ravvisato non soltanto nella prima fase della poetica dell’autore, ma in un certo qual modo anche nella successiva. In realtà l’incipit del componimento non ci dà alcun sentore che si stia parlando dell’inverno, in quanto l’elemento da cui scaturisce il flusso poetico sono le mani chiare di una donna, a cui subito dopo il poeta collega l’immagine di un focolare e la sensazione olfattiva del loro profumo: le mani sapevano di rovere e di rose. Tale allusione, studiata attentamente dalla critica per i suoi impliciti rimandi ad altri testi, è pervasa da una forte sensualità, anche se, ad una lettura più attenta, è possibile notare che quell’aspetto tanto reale tende a sfumare i suoi contorni in quanto appartenente al tempo della nostalgia e della memoria. Poco dopo, infatti, il poeta definisce l’inverno Antico, suggerendo la sensazione che quel ricordo sia lontano, magari soltanto oggetto di un rimpianto. Eppure i tempi verbali della poesia sono tutti all’imperfetto, tempo del passato, ma di un passato dai confini poco precisi, segno che il ricordo ha ancora qualche relazione con il presente. Questa relazione risiede nel vagheggiamento di una condizione precedente positiva, sostituita irreparabilmente da una condizione negativa. In questo modo, l’imperfetto contribuisce a rendere ancora più impalpabile e indeterminato quel passato, quasi esso fosse assunto come emblema di una condizione assoluta. Ma la resa sospesa di quell’attimo invernale è tale perché, come hanno notato vari studiosi, Quasimodo compie delle scelte retorico-stilistiche ben precise. Ci sarebbe un’attenzione del poeta per i colori e nello specifico per le suggestioni luminose. Il colore che domina è il bianco delle mani chiare, della neve, degli uccelli che diventano neve, della nebbia, dell’aria del mattino; si tratta di una scelta cromatica che comunica la sensazione di una certa luminosità, a cui si aggiungono il colore più caldo della fiamma e quello del sole. Ma non è finita qui, tale astrazione, sempre secondo alcuni critici, sarebbe possibile grazie al continuo ricorso al meccanismo dell’analogia che fonde le immagini le une nelle altre e questa poesia è interamente giocata sulla compenetrazione di immagini molto diverse tra di loro. Si comincia da quelle mani femminili, per poi passare ai tratti tipici dell’inverno: la neve, la nebbia, un po’ di sole, fino a che l’inverno non diventa essenza stessa dei due amanti che sono fatti d’aria del mattino.

[1] La lirica appartiene alla raccolta poetica Acque e terre.

Testi consultati

L. Cardilli, I meccanismo figurali in Salvatore Quasimodo: tecnica, critica, ideologia,  a questo link: http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/Web24/8.L.Cardilli.pdf.

Gen 092017
 

Rubrica l’inverno nell’arte

Le temperature gelide di questi ultimi giorni mi hanno invogliata a curare la rubrica L’inverno nell’arte. Spazieremo tra testi letterari, opere pittoriche, musicali e produzioni del cinema. Per questi ultimi tre ambiti non potrò far altro che seguire le emozioni scaturite dalla riflessione, in quanto non posseggo conoscenze e competenze approfondite.

Ci avventuriamo nel nostro inverno culturale cominciando dal ben noto Inverno di Antonio Vivaldi. I link per l’ascolto li trovate alla conclusione dell’articolo, così come il sonetto che accompagnava l’opera musicale.

Emozioni invernali in Antonio Vivaldi 

invernoÈ il gelido rigore invernale quello evocato dalle prime armonie de L’Inverno di Vivaldi e dai trilli dei suoi violini; lo avvertiamo con un brivido, mentre davanti ai nostri occhi si addensano le coltri bianche e gelide della neve, alluse dallo stesso verso agghiacciato tremar trà nevi algenti del sonetto che forse lo stesso Vivaldi compose per il concerto. L’Allegro iniziale lascia percepire le atmosfere algide della stagione più fredda dell’anno, simulando con le note ribattute dei violini, la corsa di chi vuole sfuggire al freddo pungente. Poi, nel passaggio dall’esterno all’interno, la violenza gelida si addolcisce e si modula, per lasciare spazio al melodico Largo del secondo movimento. Qui la resa descrittiva della musica è elevatissima, si avverte il dolce discendere della pioggia, goccia dopo goccia, battito dopo battito, mentre il violino solista, intessendo una trama riposante e soave, ci culla confortati dall’immaginario calore di un intimo focolare. Infine, eccoci nuovamente sbalzati all’esterno, incerti, esitanti sul ghiaccio che può rompersi, fino all’inevitabile caduta descritta dalle note discendenti dei violini.

La musica rende alla perfezione la duplicità dell’inverno, il suo volto più rigido e il suo aspetto più confortante, fatto di interni, di calore e di intimità familiare. Non a caso l’opera è stata definita musica descrittiva, a sottolineare la sua capacità di riprodurre l’ambiente e la stagione in questione.

Sonetto

Agghiacciato tremar tra nevi algenti

Al Severo Spirar d’orrido Vento, Continua a leggere »

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