Ott 182016
 

emigrazione

A giudicare dal titolo del racconto, l’impressione del lettore è che l’argomento giri tutto intorno alla tematica di un viaggio. L’aggettivo lungo, poi, potrebbe indurlo a fare alcune congetture e magari invitarlo a ipotizzare difficoltà e peripezie varie. Se poi considera che quel brano appartiene ad un autore come Sciascia, non può ignorare la natura impegnata che vi è sottesa. Addentrandosi nella lettura, troverà le prime conferme alle sue ipotesi, e vedrà quella spiaggia tra Gela e Licata immersa nel buio pauroso della notte e i migranti siciliani che si apprestano alla traversata. A quel punto, sentirà il bisogno di richiamare alla memoria le sue conoscenze storiche relative alla questione meridionale e alla dolorosa piaga dell’emigrazione italiana. Difficilmente gli verrà in mente che quel titolo cela una sottilissima ironia. E di ironia si tratta, perché il viaggio della speranza si trasforma in una immensa beffa, giacché lo sbarco americano diventa uno sbarco siciliano. Ma procediamo con ordine.

 Alcuni siciliani si accordano con un impresario per lasciare l’Italia alla volta dell’America, dopo una traversata di undici notti, giungono a destinazione, almeno così pare, perché dopo una breve ricognizione, i malcapitati scoprono l’inganno.

il-mare

Attraverso un abile montaggio narrativo, Sciascia nasconde la verità fino al momento in cui, da lontano, non si scorge il luccichio delle luci americane. Fino a questo punto il lettore si sente sicuro, non può dubitare perché il narratore gli pone davanti indizi certi che collimano perfettamente con le sue conoscenze: la povertà dei siciliani, la partenza notturna, il costo salato del viaggio, il senso di soffocamento nella stiva della nave. Eppure, una prima incrinatura si registra quando uno dei malcapitati esprime i suoi dubbi: “non c’è pericolo che sia un altro posto? Poiché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono né strade né trazzere[1]”. Inizia a serpeggiare una velata ironia, rafforzata dalle parole compassionevoli dell’impresario. Come dubitare, i siciliani, poco istruiti, non hanno gli strumenti adatti per individuare le differenze, anche quando queste sono macroscopiche; e allora non si accorgono che le luci americane sono più vive di quelle siciliane e che l’orizzonte straniero è più ampio di quello di casa. Fin qui, tutto a posto, i beffati si rassicurano, ma il lettore attento, no; non può cascarci. Lo colpisce il piglio compassionevole con cui l’impresario si rivolge ai siciliani, e immagina una vera e propria scenetta teatrale con tanto di pubblico: l’equipaggio della nave.

La lettura diventa più attenta, perché ora il lettore si focalizza su tutte le possibili spie disseminate nel testo. I siciliani scendono, ma devono aspettare che l’impresario sia lontano; atteggiamento più che motivato, il signor Melfa rischia grosso e ha bisogno di tempo per mettersi al sicuro. I nomi dei paesi ricordano qualcosa di vecchio e familiare, ma poi i poverini pensano che in americano i nomi si leggano in modo diverso. Ancora più strano è che in America ci siano le stesse automobili italiane. La scoperta della verità giunge a poco a poco, in un climax di ironia, fino al momento della rivelazione finale. Qui l’ironia diventa amara e si trasforma in denuncia sociale.

[1] L. Sciascia, il mare color del vino, Einaudi, Torino.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per fornire alcuni servizi. Continuando la navigazione ne consentirai l'utilizzo.

Chiudi