Ott 022011
 
  I giardini dell’anima
 
Camminando per i mirabili giardini petrarcheschi quasi si ha l’impressione di immergersi in una fitta rete di arabeschi. Come tanti motivi geometrici e floreali, i dettagli dei luoghi poetici si ripetono con una precisione meticolosa, privati della loro caducità, per distribuirsi puri, sottratti al tempo che divora e frantuma. E’ la grazia del verso petrarchesco, così equilibrato e mai dissonate, controllato fino all’estremo. La storia di Francesco e Laura è giocata tutta sul classicismo razionale del verso, che ripete, mediante smontaggi e combinazioni, immagini care al poeta e a tanta tradizione che l’ha preceduto. Per scendere un po’ più sul pratico, i giardini, i boschi ameni e i luoghi dell’amore si configurano come realtà esterne rarefatte e impalpabili. La genericità della scelta poetica non ci consente di rappresentare in uno schizzo i luoghi memorabili dell’incontro con Laura. Al poeta non interessa descrivere gli spazi, per questo il laureto può essere sostituito da qualsiasi altro genere di pianta, e il ruscello può prendere il posto di un laghetto o di uno specchio d’acqua. L’impressione è sempre la stessa, quella di un luogo ameno, simile a tantissimi altri luoghi della tradizione. La stessa amata è un essere impalpabile e rarefatto. Così la lettura del Canzoniere petrarchesco sembra proporci situazioni molto simili fra di loro, quasi che il poeta torni sempre sui suoi passi, anche dopo aver tentato di riscuotersi. Non ha nulla di casuale questa scelta, perché la storia dell’amore petrarchesco coincide con quella dell’anima poetica. Non è la vicenda di Laura, ma quella di Francesco. Attraverso il racconto delle sofferenze e delle gioie, il cantore si apre a una confessione tutta umana. Mentre scorrono i versi, si libera il tormento del poeta che, legato ancora alla concezione dell’uomo medievale, cerca tuttavia la strada della conciliazione. Al dilemma amore terreno/amore divino, Francesco non riesce a dare una risposta, così il Canzoniere diventa il simbolo di un pellegrinaggio senza meta, di un errare senza posa, laddove la possibilità di un po’ di pace è assicurata da quel verso poetico così limato e controllato.  
Mag 222011
 

La Monaca di Monza: il caso di una predestinazione – Parte I
Predestinazione, una parola che potrebbe destare un certo disagio. Sapere di essere predestinati a qualcosa, in un certo senso, ci spiazza, sia che si tratti di un destino felice che di una sorte meno piacevole. Ma il fatto è che quando parliamo di predestinazione immediatamente ci sorge nella mente un’altra idea, quella della nostra personale libertà di scelta. Con l’essere predestinati si finisce per non conoscerla affatto questa libertà.

Ora questo discorso potrebbe avere veramente poco a che fare con il destino della figura di cui chiacchiereremo a breve, tuttavia trovandomi a sfogliare, dopo tanto tempo, le pagine che raccontano la sua misera storia, mi è venuto in mente questo riferimento, giacché la poveretta, perché di una donna stiamo per parlare, forse non sapeva neppure che cosa significasse libertà. Senza chiederci più di tanto quale sia il valore da attribuire alla parola libertà, che poi è molto più di una semplice parola o di un concetto, entriamo nel merito.
Quando si parla della Monaca di Monza, conosciuta anche con il nome di Signora, si finisce per pensare ad un destino privato della libertà personale, mai accettato e tanto odiato.Gertrude, chiamata così dal padre per un motivo ben preciso, compare nel IX capitolo del celebre romanzo I Promessi Sposi. Un personaggio complesso, quello della Monaca di Monza, dinamico, di una coscienza tortuosa e tormentata, diremmo particolarmente moderna, e allo stesso tempo al limite della follia. Questa donna tanto celebre non è un semplice carattere ma, per dirla con una metafora, è un personaggio a tre dimensioni.
Dicevamo che la Monaca di Monza fa la sua comparsa nel IX capitolo del romanzo, dopo che Lucia e Agnese salutano Renzo. L’ingarbugliata situazione richiede un piano ben preciso e una certa prudenza, ecco perché i tre fuggiaschi, vittime della perfidia di Don Rodrigo, seguono i consigli dell’amato Padre Cristoforo; recarsi a Monza e da lì separarsi, Renzo per Milano, perché le tracce vanno confuse, Agnese e Lucia presso il convento dei cappuccini.
Così le due donne giungono dal padre guardiano il quale, presa visione della lettera informativa scritta da Padre Cristoforo, decide di prestare il suo aiuto alle poverette. Dopo qualche minuto di riflessione, il religioso decide da chi bisognerà recarsi, perché per casi simili a quello di Lucia, c’è soltanto una persona a cui rivolgersi: la Signora.
Chi sarà mai questa Signora? Nella finzione del romanzo le due povere donne se lo saranno certamente domandato. Qualche prima delucidazione ci arriva dalla spiegazione del padre guardiano che, lungo la strada, ne parla in modo tutto singolare. La Signora è una monaca. Così risponde il frate alle due, ma una monaca diversa dalle altre, è appunto la Signora. Signora per nascita, per famiglia e per le origini del padre; un nobile potentissimo a Milano, di antica famiglia spagnola, temuto anche a Monza. Per questa ragione la Monaca di Monza può fare il bello e il cattivo tempo lì nel monastero, sebbene non sia né la badessa né la priora. Se così stanno le cose, come non rivolgersi a costei. Certamente una donna molto potente, ma già da queste battute intuiamo che dietro può esserci qualcosa di più. Quell’essere non come tutte le altre monache è senz’altro un’allusione al suo alto lignaggio, infatti l’espressione è inserita proprio nel discorso sulle origini della famiglia, ma il vero significato si chiarisce più avanti.
Il padre guardiano incontra prima personalmente la Monaca, infine torna con notizie positive: le due donne possono essere ricevute. Ma non si poteva certo accedere al parlatorio senza che le due fossero avvertite, bisognava che rispondessero soltanto se interpellate, al resto avrebbe pensato il padre guardiano: “quando non siete interrogate, lasciate fare a me”. Che avranno pensato di quelle raccomandazioni Agnese e Lucia? Probabilmente nulla, ci erano avezze. Gli illetterati devono sempre lasciar fare alle persone più competenti, soprattutto se chi si deve incontrare è una persona molto potente, e quella Signora doveva certamente esserlo, anzi le due ringraziavano il cielo che qualcuno si scomodasse a prestar loro aiuto.
L’aspetto della Signora
Quando il padre guardiano introduce Lucia e Agnese nel parlatorio, agli occhi di Lucia appare soltanto una stanza vuota. Dove sarà mai quella monaca?
La donna è nascosta, diremmo quasi confinata in un angolo, in realtà la sua collocazione spaziale è soltanto un modo con cui accrescere l’importanza e l’austerità della figura, in un certo senso giocata per incutere timore. Finalmente Lucia si accorge di lei, è in piedi dietro due grate molto spesse, secondo la regola dei monasteri. A questo punto Manzoni inizia uno dei ritratti più famosi del suo romanzo:
Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio.
Un ritratto perfetto quello della monaca, indugia sul più piccolo dettaglio, dato che ogni particolare non è frutto del caso né della consuetudine dell’abito monacale.
Aveva forse venticinque anni, il ritrattista non ne è certo, ma ciò che colpisce è l’aspetto. La bellezza della Monaca ha qualcosa di negativo. Manzoni utilizza l’aggettivo sfiorita, richiamando una similitudine floreale. Bella e sfiorita, come una rosa che appassisce, il cui profumo intenso è destinato a svanire. E non solo, la bellezza della Signora è scomposta. Una impressione di disordine e di sconvolgimento pervade la fisionomia della donna, come subito dimostra il riferimento al velo che cade alquanto discosto dal viso. Un piccolo dettaglio che si chiarisce a poco a poco, man mano che Manzoni ci svela le pieghe dell’animo. Il ritratto prosegue, sulla dominante di due colori, il bianco della fronte e del velo che copre lo scollo e il nero del velo e del saio, tipici dell’ordine benedettino.
A questo punto il ritratto si fa indagine psicologica. Manzoni intreccia le due sfere, quella esteriore e quella interiore. Ogni elemento estetico e comportamentale è il riflesso dello spazio dell’anima.
Ma quella fronte si raggrinziva spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri anch’essi, i fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbero argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero.
La sensazione di disordine continua a permanere, ora anche nei singoli atti e movimenti della donna. La fronte si raggrinzisce, come a causa di spasmi dolorosi; gli occhi e le labbra si muovono repentinamente, come a voler nascondere un segreto o il tormento interiore. Da questo momento in poi, il legame fra atti, movimenti, gestualità e sensazioni interiori si fa più stringente.
Comunemente si è soliti dire, con una metafora troppo comune, che gli occhi sono lo specchio dell’anima, ma in questa sede non c’è frase più adatta. Così i movimenti inarrestabili degli occhi, così come gli sguardi persi nel vuoto, lasciano parlare un’anima straziata e tormentata.
Quegli occhi rivelano una psicologia complessa, a tratti malata, malata d’amore.
I moti dell’animo, così instabili e fragili, si riflettono nello sguardo degli occhi, che ne sono l’indizio più vivo. Talora i suoi occhi si fanno superbi come se a dimostrare una superiorità certa di nascita e di lignaggio. A volte quella superbia si muta in cattiveria e rivela l’odio e il desiderio di vendetta per quella libertà personale che le viene negata sin dal seno materno. Così la Signoratradisce, di tanto in tanto, il desiderio struggente d’amore, che le è stato negato da chi avrebbe dovuto dargliene naturalmente, mentre lo specchio dell’anima lascia intravedere un segreto mostruoso, che soltanto lei conosce e che costituisce un’ombra costante.
Il ritratto prosegue e termina così:
La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura scolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.
Infine il disordine interiore si riflette anche negli atti e nei movimenti più naturali. Dice lo scrittore che gli atteggiamenti della monaca hanno qualcosa di singolare, i suoi movimenti sono risoluti, diremmo maldestri, per essere quelli di una donna, e soprattutto di una suora. Si consideri che nella regola delle religiose erano contemplate le regole del contegno e del decoro esteriore. E a questo decoro la monaca sembra contravvenire, per via di quella ciocca nera di capelli lasciata fuori dal velo. Segno di distrazione o di disprezzo? E la vita tenuta così aderente? Una scelta di vanità femminile, di vezzo o di studiata e perversa ostentazione? Anche questa poteva essere semplicemente una svista?

 

Mag 012011
 

Selve, boschetti e giardini

Il locus amoenus è stato definito un topos della letteratura e dell’arte in generale. E’ presente  tanto nella cultura occidentale quanto in quella orientale. Come si è già detto, ricorre ampiamente in vari luoghi della tradizione, presentando motivi costanti, anche in autori e poeti diversi. Si tratta di un topos antichissimo e che, in un certo senso, può dirsi l’ombra dell’antica perfezione.
Il locus amoenus, identificato nella maggior parte dei casi con il giardino, un po’ meno con la selva o il boschetto, è una traccia dell’Eden. Ora, non interessa che al di sotto di questo paradiso si celino concetti cristiani o pagani, perché negli spazi conclusi e non di questi luoghi, si intrecciano i miti pagani dell’età dell’oro, quelli dell’origine e il ricordo dell’Eden biblico. Le culture occidentali e orientali riportano, nei miti delle origini, la costante presenza di un paradiso, di un luogo beato, rigoglioso e ricco di alberi da frutto.
Il giardino, il bosco, la selva costituiscono l’immagine dell’incontaminato e della perfezione perduta. Si entra nel giardino per abbandonare, anche momentaneamente, una realtà imperfetta e per ritrovare l’armonia originaria.
Ma qual è lo stato che precede la genesi del cosmo? I racconti delle varie culture presentano innumerevoli differenze, ma tutti concordano sullo stato che precede la nascita del mondo. Questo momento coincide con il vuoto, il caos o l’indifferenziato. Nella Genesi si legge che in principio la terra era informe e deserta, i miti scandinavi si soffermano sul vuoto, inteso come assenza dei quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco; tutto era abisso profondo. I greci dicono che il primo a nascere fu il Caos.
Di esempi ve ne potrebbero essere tanti altri. Di fatto i miti di tutte le culture si soffermano sullo stato di opposizione fra prima e dopo. Che cosa segue al caos, al vuoto, all’abisso? Di solito la nascita di uno spazio perfetto, spesso un giardino; E’ letà d’oro, così come la descrivono i miti pagani. Male, malattia e sofferenze non esistono, a regnare è soltanto l’armonia. Dal caos all’ordine: nel giardino perfetto ogni elemento ha un suo ruolo e concorre alla bellezza complessiva.
 
 
 
Prima di divenire un topos riutilizzato nelle varie produzioni letterarie, il locus amoenusesprime la nostalgia dell’uomo per l’Eden perduto. I giardini della letteratura sono armonici, simmetrici, ordinati, perfetti, densi di pace.
Ora proviamo a leggere insieme qualche frammento di una delle pagine più famose delDecameron di Giovanni Boccaccio. E’ la terza giornata, e prima che la compagnia riprenda a narrare novelle, Boccaccio la ritrae in paesaggi luminosi e verdeggianti.
All’inizio dell’introduzione alla terza giornata troviamo una determinazione di tempo; è l’alba, anzi l’alba è già avanzata: L’aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il sole, a divenir rancia (…)”. L’allusione al colore vermiglio del cielo e al sole che inizia a salire sull’orizzonte ha la funzione di introdurre il lettore in un ambiente piacevole, preparando le delizie dei sensi che verranno subito dopo. La compagnia si mette in marcia, ed ecco la prima descrizione del luogo: 


La reina con lento passo, accompagnata e seguita dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di forse venti usignoli e altri uccelli, per una vietta non troppo usata ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali per lo sopravegnente sole tutti s’incominciavano a aprire, prese il cammino verso occidente (…).
 
La compagnia, che si inoltra per la viuzza, è immersa nel verde ed è circondata dai fiori che si aprono. Il canto degli usignoli e di altre varietà di uccelli allieta il cammino e conferisce un clima di serenità.
Poco più avanti, Boccaccio descrive l’ingresso in uno dei giardini limitrofi al palazzo da poco raggiunto:
Esso aveva dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime, tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le quali facevano gran vista di dovere quello anno assai uve fare, e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre cose che lo giardino olivano, pareva loro essere tra tutta la spezieria che mai nacque in Oriente.
All’aspetto sonoro, il canto degli uccelli, si unisce il piacere della vista; le vie, tutte disegnate secondo un ordine rigorosamente geometrico, sono ampie e dritte, coperte di frutti d’uva. Gli odori allettano l’olfatto, e le fragranze dolciastre si mescolano insieme, raggiungendo i sensi della compagnia e del lettore.
Il giardino è cosparso di fiori, di rose bianche e rosse, e vi si trovano molte qualità di piante:
Nel mezzo del quale (…) era un prato di minutissima erba e verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e’ nuovi e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi ma ancora all’odorato facevan piacere.
 Sembra quasi di trovarci dinanzi alle varietà vegetali dell’Eden biblico: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare (…).”. Il linguaggio biblico è scarno, ma lascia intendere che il giardino è un luogo di delizie, creato per essere gustato.
Nel luogo dell’armonia non può mancare la presenza dell’acqua. Boccaccio descrive una fonte da cui zampilla dell’acqua che, poi, in forma di ruscelletti, scorre lungo i prati:
Nel mezzo del qual prato era un fonte di marmo bianchissimo e con meravigliosi intagli, (…), per una figura (…) gittava tanta acqua e sì alta verso il cielo, che poi senza dilettevol suono nella fonte chiarissima ricadea (…). La qual poi, quella che soprabondava al pieno della fonte, per occulta via del pratello usciva e, per canaletti belli e artificiosamente fatti fuor di quello divenuta palese, tutto lo ‘ntorniava; e quindi per canaletti simili quasi per ogni parte del giardino discorrea (…).
Qui, oltre alla vista, viene sollecitato un altro senso: l’udito. L’idea dell’acqua che scorre silenziosamente, o con un rumore appena percepibile, si unisce alle melodie degli uccelli e contribuisce ad alimentare la serenità e la tranquillità dell’atmosfera. Ma l’acqua non è solo un elemento ornamentale. L’acqua, archetipo antichissimo, è fonte della vita, oltre che metafora di purificazione; anche in questo caso, la scelta descrittiva di Boccaccio richiama alla mente l’immagine del Paradiso biblico: “Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.”.
 
Il locus amoenus del Decameron ha proprio le fattezze di un paradiso. D’altra parte lo stesso Boccaccio, dopo aver riferito della fonte, scrive: “Il vedere questo giardino, il suo bello ordine, le piante e la fontana co’ ruscelletti procedenti da quella tanto piacque a ciascuna donna e a’ tre giovani, che tutti cominciarono a affermare che, se Paradiso si potesse in terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che quella di quel giardino gli si potesse dare (…).”.
All’idea dell’armonia si unisce quella dell’eterna Primavera. Il Paradiso di qualsiasi cultura esprime uno stato di grazia iniziale, successivamente perduto a causa di una rottura. Non a caso il locus amoenus del Decameron è la via di fuga per la compagnia atterrita dal flagello della peste e disorientata dalla decadenza dei costumi.
 
 
 
 
(Le citazioni riportate appartengono al Libro della Genesi e al Decameron di Giovanni Boccaccio)
Apr 272011
 
Selve, boschetti e giardini 
 
(…) Seguirono con lo sguardo il suo dito, e videro innanzi a loro il corso d’acqua che scrosciava giù sino al fondovalle, per poi fluire lontano nelle terre pianeggianti e perdersi in una foschia dorata.
 
Proviamo a seguire anche noi, con lo sguardo, il dito di Legolas. Lì, sulla linea dell’orizzonte, si perdono le acque scroscianti del fiume e le nuvole d’oro del folto del Bosco di Lothlorien. Per ora i personaggi della Compagnia dell’Anello vedono a distanza quel reame, e possono soltanto immaginare che cosa si nasconda nel sottobosco.
 
Più avanti l’elfo continua:
Laggiù si trovano i boschi di Lothlorien, è la più bella di tutte le dimore della mia gente. Non vi sono alberi pari agli alberi di quella terra; in autunno le loro foglie non cadono, bensì diventano d’oro; per cadere attendono la primavera, che porta il nuovo verde, e ricopre i rami di fiori gialli. Allora il suolo del bosco è d’oro, e d’oro anche il soffitto, e le colonne d’argento, poiché la corteccia degli alberi è liscia e grigia”.
Per ora Tolkien si limita a farci gustare da lontano i boschi, guidando i nostri occhi lungo il dito di Legolas, fino all’orizzonte, poi, si affida alle parole dell’elfo. Ecco che il giardino è divenuto una dimora; le case sono proprio quegli alberi dalle chiome dorate e dalle cortecce argentee. Il giardino di Lorien è davvero speciale. Una eterna primavera rende le foglie degli alberi del colore dell’oro, anche quando si avvicina la stagione autunnale. E infine, quando giunge la bella stagione, le chiome verdeggianti si colorano di delicati fiori gialli.
 
Un lungo percorso attende la compagnia prima di arrivare nel folto del Bosco. Arrivarvi significa giungere in una sorta di nuovo paradiso:
Si trovavano in una radura. Alla loro sinistra una grossa montagnola era ricoperta di un manto d’erba verde come la Primavera dei Tempi Remoti; in cima, in una doppia corona, crescevano due cerchi di alberi: quelli all’esterno avevano una corteccia candida come neve, ed erano privi di foglie, ma splendidi nella loro armoniosa nudità; quelli interni si ergevano in tutta la loro altezza, ancora vestiti di pallido oro. Al centro giganteggiava un albero, fra gli alti rami del quale splendeva un bianco flet. L’erba ai piedi dei tronchi e sui verdi fianchi della collina era cosparsa di piccoli fiori d’oro a forma di stella. Fra questi, altri fiori ondeggiavano su esili steli, bianchi o d’un verde pallidissimo: scintillavano come nebbioline sull’intenso colore dell’erba. Il cielo in alto era blu, e il sole del pomeriggio ardeva sulla collina proiettando lunghe ombre verdi sotto gli alberi.
Il cielo blu, lo smalto verde della collinetta che incornicia le due file circolari di alberi, i colori tenui e brillanti dei fiori appena mossi dal vento, le ombre profonde proiettate dai raggi solari, creano un’atmosfera quasi edenica e immutabile.
Il giardino di Lorien è attivo, esso non è soltanto uno sfondo, ma un luogo positivo. Desta sensazioni e sentimenti, scuote la mente e la fantasia, è il luogo della scoperta delle cose e della riscoperta di quanto è già conosciuto: “Tutto ciò che vedeva era armonioso, ma i contorni parevano al tempo stesso precisi, come se concepiti e disegnati al momento in cui gli venivano scoperti gli occhi, e antichi, come se fossero esistiti da sempre. Non vedeva colori ignoti al suo sguardo, ma qui l’oro e il bianco, il blu e il verde erano freschi e acuti, e gli pareva di percepirli per la prima volta e di creare per essi nomi nuovi e meravigliosi (…). A Lorien non vi era alcuna macchia.”.
E’ questo il luogo in cui le cose ritrovano il loro senso originale e possono essere scoperti nuovi nomi.
 
Ma il giardino, il bosco o ancora la selva, possono essere anche lo spazio dello smarrimento. Entrare nel bosco significa non rimanere immutati: “-E ora dobbiamo inoltrarci nel Bosco d’Oro, a quel che dici. Ma di quella perigliosa contrada abbiamo udito parlare a Gondor, e si dice che pochi di coloro che vi mettono piede ne escano, e che di questi pochi nessuno ne sia uscito illeso. -Non dire illeso, bensì immutato, e allora le tue parole saranno veritiere.”.  
 
 
 
Motivi ricorrenti del Locus amoenus
 
Le brevissime descrizioni di Lothlorien, riportate sopra, appartengono alla saga de Il Signore degli Anelli. Ve ne sono tantissime, tutte disseminate nelle pagine del romanzo.
Le suggestive immagini che Tolkien ci ha lasciato altro non sono che quadretti di ciò che tutta una tradizione definisce con il nome di Locus amoeus. Quel luogo cantato e vagheggiato, da poeti e non solo, eccolo qui descritto come un bosco incantato, dai colori dell’oro e dell’argento, allietato dalla presenza di fiori a forma di stelle e di alberi meravigliosi. Lothlorien, molto simile a Gran Burrone e a vari altri spazi edenici creati dal loro facitore, altro non è che una sorta di giardino, un angolo di paradiso.
Effettivamente che cos’è il locus amoenus se non il paradiso perduto, l’angolo incontaminato, dove l’eterna primavera non viene mai meno, e dove crescono piante lussureggianti e vivono insieme animali diversi fra loro. Il locus amoenus è solo una scheggia della perfezione andata perduta.
A Lothlorien è sempre primavera; anche quando giunge l’autunno, le foglie non vengono meno, ma si colorano d’oro. Questo bosco incantato è senza macchia, è un angolo di paradiso, rispetto all’informe e all’oscuro che si trova al di là dei suoi confini.
 
Qualsiasi locus amoenus ha delle caratteristiche ricorrenti unite a delle varianti tipiche di ogni autore e dell’ambiente a cui appartiene.
La maggior parte di questi luoghi, eccetto quelli appartenenti al periodo dell’illuminismo e del Decadentismo, costituiscono la metafora o la rappresentazione del Paradiso perduto (un discorso a parte deve essere fatto per l’età post-moderna).
Ciò fa sì che tutte le proprietà dell’Eden appartengano al locus: l’eternità, l’essere fuori dalle tradizionali categorie spazio-temporali, l’eterno rigoglio e l’eterna primavera, l’idea della bellezza perfetta e incontaminata perché senza colpa, l’immagine della natura armoniosa.
Vi sono, poi, motivi che riguardano il suo aspetto: la vegetazione è rigogliosa, ricca di ombre ristoranti e fresche. Alberi da frutto, folti di foglie e fiori di ogni sorta, allietano l’erba verde con i loro profumi e le loro fragranze.
Un venticello fresco fa ondeggiare l’intera natura che esulta per le melodie dolci di uccelli o a volte per i canti di strumenti musicali. A questi suoni si uniscono gli scrosci di ruscelletti, cascatelle, o fontane, e i colori chiari e nitidi delle acque di un fiume o di uno specchio d’acqua.
A volte animali mansueti si aggirano nel folto di boschetti, dove il sole penetra senza violenza.
Nelle radure erbose, fra i fiori, all’ombra degli alberi, possono spesso trovarsi, in otium vari personaggi, mentre è più frequente la presenza di una donna amata e vagheggiata, simile a una divinità.
 
 
Il valore del Locus amoenus
 
 
Ma il locus amoenus di tanta produzione letteraria, i giardini e i boschetti arieggiati dipinti nei quadri degli artisti, non costituiscono soltanto lo sfondo oppure la cornice dell’azione, ma posseggono un profondo significato, in cui si riflettono il pensiero e la sensibilità dell’autore. Si è già detto che il locus amoenus, per la sua perfezione, è lo spazio privilegiato in cui venire a contatto con elementi già visti eppure mai conosciuti, per questo al suo interno è possibile scoprire o riscoprire se stessi. Persino il mondo può assumere un nuovo valore.
Il boschetto o il giardino, in alcuni casi la selva, non sono solo i mondi possibili in cui evadere e rifugiarsi, ma  i mondi in cui i destini e le storie dei singoli si incrociano.
Talvolta la bellezza di questi posti è tale che il rischio è proprio quello di perdersi e di smarrire se stessi.

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