Gen 062017
 

stella

Salutiamo le festività natalizie con la lettura del Sonetto d’Epifania di Giorgio Caproni:

Sopra la piazza aperta a una leggera
aria di mare, che dolce tempesta
coi suoi lumi in tumulto fu la sera
d’Epifania ! Nel fuoco della festa
rapita, ora ritorna a quella fiera
di voci dissennate, e si ridesta
nel cuore che ti cerca, la tua cera
allegra – la tua effigie persa in questa
tranquillità dell’alba, ove dispare
in nulla, mentre gridano ai mercati
altre donne più vere, un esitare
d’echi febbrili (i gesti un dì acclamati
al tuo veloce ridere) al passare
dei fumi che la brezza ha dissipati.

Se nella produzione del primo Caproni l’aspetto paesaggistico costituisce un tratto ricorrente dei suoi versi, in questa poesia si inserisce anche l’essenzialità del tempo. Sono due i tempi che si pongono a confronto e in contrasto, quello del passato e della memoria e quello del presente e dell’ora. A innescare l’attimo memoriale è un ricordo che ha tutto il sapore di un’agnizione proustiana, si tratta della memoria di una serata di Epifania trascorsa con la donna amata e scomparsa, probabilmente innescata dalla festa reale che il poeta si trova a vivere da solo. Questa agnizione è attimale e ben presto ritorna al passato, anzi al passato remoto: fu la sera d’Epifania. Al ricordo si sostituisce immediatamente un tentativo fallito, la celebrazione di un’assenza dolorosa, quella della donna amata scomparsa prematuramente. Se questa interpretazione è convincente, è facile comprendere il senso della densità del lessico dell’assenza e della privazione; la festa perde i suoi caratteri tipici di spensieratezza e di gioia e diventa rapita, come il volto della donna amata, ricercato invano dall’io poetico, e poi perso, scomparso nel nulla. Lo stesso viso della fanciulla è una parvenza labile, la cera  è un materiale che dissolve facilmente e rimanda ad un’idea di inconsistenza e di volubilità. Questa sostanza, poi, richiama un’assimilazione alla maschera in senso più generale – metafora dell’inafferabile e dell’apparenza –  e in maniera più specifica alla maschera funebre che un tempo gli antichi realizzavano a memoria dei loro defunti. Il lessico dell’assenza si carica di un inquietante riferimento luttuoso, cosicché la festa celebrata in questi versi è percorsa da un profondo senso di malinconica tristezza.

 

Gen 012017
 

Buon anno!

Ecco il nuovo anno, salutiamo il 2016 ed entriamo in questo 2017 carichi di attese e speranze. Nell’augurarvi un anno strepitoso e colmo delle gioie che desiderate, vi lascio le parole di Borges. Lo scrittore riflette sull’anno nuovo meditando sul tempo, categoria misteriosa e magnetica.

Buon anno!

Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

Jorge Luis Borges

Dic 302016
 

ciaramelleNatale e infanzia

La suggestione del tempo di Natale è dovuta talvolta alla memoria del passato che ci porta dritti al cuore dell’infanzia. Non mi sembra sbagliato quindi leggere una poesia come Le Ciaramelle[1] di Giovanni Pascoli. Il testo si trova alla conclusione dell’articolo.

È notte stellata, il poeta probabilmente riposa o è colto in uno stato di dormiveglia quando a un tratto si ode il suono delle ciaramelle. L’immagine è fortemente evocativa non solo per l’ambientazione e per l’allusione al cielo stellato, quanto per il processo memoriale che viene sollecitato. Le ciaramelle ricordano le melodie intonate dagli zampognari con i loro strumenti a fiato e richiamano i ricordi dell’infanzia. Vi è tuttavia un aspetto ancora più evocativo, si tratta dell’analogia che la melodia stabilisce con il suono della ninna nanna, cantilena per eccellenza dell’età dei fanciulli. Senza la sensazione uditiva però l’intero processo non risulterebbe attivato, in quanto in Pascoli, come taluni hanno notato, suoni, voci e visioni assumono un ruolo fondamentale e assolvono alla funzione memoriale. notte-stellata Eppure c’è anche un altro elemento che rende possibile il riappropriarsi del passato, si tratta dello stato di sonno in cui è immerso il poeta; il sonno, condizione per eccellenza di incoscienza, è un momento privilegiato per compiere esperienze al di là del quotidiano, come d’altra parte si configura l’esperienza che si snoda in questi versi. E che il sonno non sia un elemento accessorio lo testimonia l’insistita ricorrenza di termini come stelle, lumi, sonno, sbadiglio che si intrecciano alle sensazioni uditive reali o semplicemente evocate. Parlo di sensazioni evocate perché i canti delle ciaramelle risuonano nelle orecchie del poeta come altrettante melodie note; sono le note dei canti di preghiera, il ritmo della culla nel suo andirivieni, le nenie della madri. Le analogie proposte sono care al poeta che prova un senso di ristoro nel ricreare il suo passato, stabilendo un dialogo sommesso con un altro grande cantore della fanciullezza: Giacomo Leopardi. Come il recanatese, anche Pascoli crede che l’infanzia sia l’età della spensieratezza, la fase immune dagli affanni della vita e lo confessa proprio in questi versi:

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.[2]

L’età dell’infanzia è lontana da ciò che Leopardi definiva il vero; il suono delle ciaramelle, allora, è ricco di speranza in quanto attiva la memoria dell’età immune dalla sofferenza, affrancando per un attimo l’uomo dalle fatiche quotidiane. Non è casuale che Pascoli, rivolgendosi alle ciaramelle, dica loro di suscitare il pianto ristoratore prima che faccia giorno, in quanto il giorno pieno porta con sé il carico della vita; qui non si può ignorare un altro parallelismo con il Leopardi del Cantico del gallo silvestre, dove si legge:

A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne producono e formano di presente: perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza, quantunque ella in niun modo se gli convenga.[3]

C’è infine anche nelle soluzioni metriche un voler richiamare la musica dell’infanzia; il ritmo della lirica l’assimila a quello di una nenia. Ciò è possibile perché, come è stato notato, Pascoli si serve di strofe di quartine di due quinari, verso tradizionale della poesia popolare e qui utile a innescare la regressione verso la madre e verso l’infanzia.

Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne. Continua a leggere »

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