Ott 012018
 

La figura retorica 

Allitterazione 

Se volessimo inquadrare Il tuono da un punto di vista retorico, potremmo affermare che l’allitterazione gioca un ruolo senz’altro rilevante; essa, poi, è tanto più potente perché costituisce la base su cui si innesta il fonosimbolismo che delinea il temporale. La ripetizione dei suoni tocca almeno tre foni consonantici, la nasale n, la labiale sonora b, la liquida r e, in tutti e tre i casi, la scelta retorica intende materializzare il paesaggio del temporale, lasciando intravedere una congerie di motivi sotterranei. Pascoli ripropone la ben nota opposizione tra esterno e interno, identificando il primo come il luogo dello smarrimento, in cui l’uomo senza direzioni è inerme e vittima del male del mondo. Ora, la ripetizione è, di solito, lo strumento con cui enfatizzare e dar rilevanza a concetti e immagini pregnanti, ed è quanto si verifica qui con l’uso iterativo dell’allitterazione. L’insistenza della nasale amplifica il colore della notte e attiva il richiamo con il nulla e con la morte; la ricorrenza della liquida e della labiale rende sonore le parole che si caricano, grazie al gioco onomatopeico di verbi come rimbombò, rimbalzò, rotolò, di concetti secondari più profondi. Il tuono descritto sconquassa con il suo boato tutto ciò che sta attorno, generando sensazioni di ansia e terrore. Ad un’analisi più profonda, il poeta non fa altro che alludere all’uomo e alla sua condizione di vittima, fintanto che permane fuori dall’intimità e dalla sicurezza del nido. L’interno allora acquisisce la funzione di protezione e di rifugio, come emerge nell’ultimo verso. Ai suoni che atterriscono, si contrappone la dolcezza confortante della nenia cantata dalle madri e di cui il movimento ondeggiate della culla costituisce il suo naturale prolungamento. Anche in questo caso, ricorre l’allitterazione e questa volta a ripetersi è la vocale centrale a, quella che per eccellenza indica l’apertura e la chiarezza. L’interno si configura come topos fermo e sereno e la ricorsività della vocale enfatizza uno stacco netto rispetto all’angustia emersa nei versi precedenti, dove i timbri vocalici più frequenti erano quelli scuri della o e della u.

Il tuono

E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì di madre, e il moto di una culla.

Dic 302016
 

ciaramelleNatale e infanzia

La suggestione del tempo di Natale è dovuta talvolta alla memoria del passato che ci porta dritti al cuore dell’infanzia. Non mi sembra sbagliato quindi leggere una poesia come Le Ciaramelle[1] di Giovanni Pascoli. Il testo si trova alla conclusione dell’articolo.

È notte stellata, il poeta probabilmente riposa o è colto in uno stato di dormiveglia quando a un tratto si ode il suono delle ciaramelle. L’immagine è fortemente evocativa non solo per l’ambientazione e per l’allusione al cielo stellato, quanto per il processo memoriale che viene sollecitato. Le ciaramelle ricordano le melodie intonate dagli zampognari con i loro strumenti a fiato e richiamano i ricordi dell’infanzia. Vi è tuttavia un aspetto ancora più evocativo, si tratta dell’analogia che la melodia stabilisce con il suono della ninna nanna, cantilena per eccellenza dell’età dei fanciulli. Senza la sensazione uditiva però l’intero processo non risulterebbe attivato, in quanto in Pascoli, come taluni hanno notato, suoni, voci e visioni assumono un ruolo fondamentale e assolvono alla funzione memoriale. notte-stellata Eppure c’è anche un altro elemento che rende possibile il riappropriarsi del passato, si tratta dello stato di sonno in cui è immerso il poeta; il sonno, condizione per eccellenza di incoscienza, è un momento privilegiato per compiere esperienze al di là del quotidiano, come d’altra parte si configura l’esperienza che si snoda in questi versi. E che il sonno non sia un elemento accessorio lo testimonia l’insistita ricorrenza di termini come stelle, lumi, sonno, sbadiglio che si intrecciano alle sensazioni uditive reali o semplicemente evocate. Parlo di sensazioni evocate perché i canti delle ciaramelle risuonano nelle orecchie del poeta come altrettante melodie note; sono le note dei canti di preghiera, il ritmo della culla nel suo andirivieni, le nenie della madri. Le analogie proposte sono care al poeta che prova un senso di ristoro nel ricreare il suo passato, stabilendo un dialogo sommesso con un altro grande cantore della fanciullezza: Giacomo Leopardi. Come il recanatese, anche Pascoli crede che l’infanzia sia l’età della spensieratezza, la fase immune dagli affanni della vita e lo confessa proprio in questi versi:

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.[2]

L’età dell’infanzia è lontana da ciò che Leopardi definiva il vero; il suono delle ciaramelle, allora, è ricco di speranza in quanto attiva la memoria dell’età immune dalla sofferenza, affrancando per un attimo l’uomo dalle fatiche quotidiane. Non è casuale che Pascoli, rivolgendosi alle ciaramelle, dica loro di suscitare il pianto ristoratore prima che faccia giorno, in quanto il giorno pieno porta con sé il carico della vita; qui non si può ignorare un altro parallelismo con il Leopardi del Cantico del gallo silvestre, dove si legge:

A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma quasi tutti se ne producono e formano di presente: perocché gli animi in quell’ora, eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione; destandosi, accetta novamente nell’animo la speranza, quantunque ella in niun modo se gli convenga.[3]

C’è infine anche nelle soluzioni metriche un voler richiamare la musica dell’infanzia; il ritmo della lirica l’assimila a quello di una nenia. Ciò è possibile perché, come è stato notato, Pascoli si serve di strofe di quartine di due quinari, verso tradizionale della poesia popolare e qui utile a innescare la regressione verso la madre e verso l’infanzia.

Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne. Continua a leggere »

Nov 042016
 

L’autunno malinconico di Pascoli

Nel proseguire la nostra rubrica sull’autunno, voglio proporvi la poesia Sera d’Ottobre di Giovanni Pascoli. Ecco per voi i versi:

Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
fiore di spina…


bacche-rosse

Ad una lettura veloce potrebbe sembrarci di avere davanti una poesia descrittiva, ma nel momento in cui si analizzino con attenzione le immagini e i rimandi interni al testo, ci si accorge che il poeta comunica un messaggio ben più profondo. Come è tipico di Pascoli, la descrizione dei tratti stagionali è realizzata mediante rapide pennellate di colore; ecco la strada, le siepi piene di bacche rosse, il colore scuro dei campi arati, le mucche bianche, le foglie secche di molteplici colori. Se fosse soltanto questo, potremmo essere autorizzati ad affermare che l’autore vuole lasciarci un quadretto sull’autunno. Sappiamo, tuttavia, che non è così, e ci autorizzano a pensarlo il passo lento dell’uomo e il canto lontano della fanciulla. Nella prima immagine si concentra una sensazione di stanchezza, nella seconda immagine prevale la malinconia del canto lontano. Semplice allora sovrapporre i tratti descrittivi del paesaggio con quelli umani, e individuare negli ultimi, il senso del tempo che passa e che conduce alla morte, di cui l’autunno è metafora. Quei tre puntini di sospensione, poi, rafforzano le nostre convinzioni.

Ott 092011
 

 

E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,

campagne sotto il mietitor rimorte,

il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte

delle case, dicendo: Ave, Profeta!

Egli pensava al giorno di sua morte.

 

Egli si assise, all’ombra d’una mèta

di grano, e disse: Se non è chi celi

sotterra il seme, non sarà chi mieta.

 

Egli parlava di granai ne’ Cieli:

 e voi, fanciulli, intorno lui correste

con nelle teste brune aridi steli.

 

Egli stringeva al seno quelle teste

brune; e Cefa parlò: Se costì siedi,

temo per l’inconsutile tua veste;

Egli abbracciava i suoi piccoli eredi:

-Il figlio_ Giuda bisbigliò veloce-

d’un ladro, o Rabbi, t’è costì tra ‘piedi:

 

Barabba ha nome il padre suo, che in croce

morirà.- Ma il Profeta, alzando gli occhi

-No-, mormorò con l’ombra nella voce,

e prese il bimbo sopra i suoi ginocchi.

Gesù buon Pastore, Gesù agnello che non apre bocca, Gesù seminatore nei campi del mondo, Gesù mietitore della messe; sono soltanto alcune delle immagini bibliche associate al Cristo e divenute temi iconografici. Esse ricorrono variamente disseminate nelle Scritture e tornano anche in questa poesia, mediante le scelte tutte personali del poeta.

L’atmosfera

Lo spazio in cui si colloca Cristo non è casuale. La prima strofa ci introduce immediatamente in un panorama agreste: e Gesù rivedeva, oltre il Giordano,/campagne sotto il mietitor rimorte. Il paesaggio della Palestina potrebbe essere quello di qualsiasi paesaggio agreste. Pascoli non dà dettagli, lascia intravedere l’immagine di Cristo che osserva i campi ormai mietuti. Lo spazio della campagna, così caro all’immaginario del poeta, non è fine a se stesso, perché le campagne rimorte sono più che altro luogo dell’anima.

Dalla prima strofa il poeta intesse un sottile paragone fra i campi morti e il destino del Messia. Il paragone si fa più evidente nella terza strofa in cui Pascoli riporta la parafrasi di un noto versetto dell’evangelista Giovanni: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12,23).

Alla mietitura estiva fanno da contrasto immagini di un cromatismo più scuro. I campi morenti suggeriscono pennellate nere; se dovessimo rappresentare la prima strofa, accanto al giallo spento e secco dei campi mietuti, utilizzeremmo pennellate nere o marroni. La scelta cromatica, solamente allusa nelle atmosfere delle prime tre strofe, trova maggiore concretezza più avanti, quando il poeta descrive i fanciulli che si accostano  al Maestro, cinti di aridi steli. Pascoli così abile nella scelta degli aspetti più umili della natura, sceglie steli riarsi con cui circondare le teste degli innocenti, forse sotterranea allusione alla corona di spine. Persino la scelta lessicale non può essere casuale. Lo stelo suggerisce un’idea di secchezza ancor di più per la presenza dell’aggettivo aridi, comunicando un’immagine simile a quella dei rovi.

Pascoli non fornisce nessuna informazione temporale eppure la stagione è senza dubbio quella della mietitura. Ma come già si diceva anche i connotati temporali perdono importanza davanti a questo paesaggio interiore, accecante come la luce del meriggio e secco per la insistente calura. Il momento culminante coincide con l’allusione esplicita alla croce, non Barabba ma Io. L’ambiente allora è davvero la proiezione di uno spazio interiore, quello del Cristo che attende: “il suo giorno non era molto lontano//Egli pensava al giorno della sua morte//Se non è chi celi/sotterra il seme, non sarà chi mieta.//Barabba ha nome il padre suo, che in croce morirà.”/ Ma il Profeta, alzando gli occhi,/No”, mormorò con l’ombra nella voce;

Il Cristo e i personaggi

Il poeta lascia che lo spazio riveli il segreto tormento di Gesù, e affida ai suoi pensieri e alle sue parole la confessione di una attesa tutta umana. L’immagine che Pascoli ci propone è quella di un uomo profondamente uomo, non di un supereroe. I suoi gesti, carichi di una tenerezza struggente, richiamano innumerevoli temi iconografici e prima ancora immagini della scrittura e dei salmi. Egli è prima di tutto il Profeta atteso da Israele, così come lo salutano le donne descritte nella seconda strofa. I campi mietuti, il mietitor del primo verso, e l’allusione al seme che deve morire per poter portare il vero frutto, ricordano il Cristo che semina, ma anche il Cristo che, alla fine dei tempi, tornerà a mietere la messe. Egli è Maestro e Buon Pastore mentre i fanciulli lo circondano, infine è Agnello innocente.

Negli ultimi versi della poesia la croce. Il dramma raggiunge l’apice quando alle parole dell’apostolo che preannuncia la morte di Barabba, Gesù risponde: No. Il monosillabo è l’affermazione di una volontà ferma e piena d’amore. L’innocente agnello si consegna per la salvezza dell’uomo e dell’umanità. Un gesto d’amore reso ancora più concreto da quell’ombra nella voce.

Pascoli affida agli atti e ai moti interiori del Cristo il compito di rivelare lo strazio e il tormento di un uomo che deliberatamente e per amore infinito sceglie di condursi alla morte che, tuttavia, non è la fine di tutto, ma un momento transitorio.

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