Ott 022011
 
  I giardini dell’anima
 
Camminando per i mirabili giardini petrarcheschi quasi si ha l’impressione di immergersi in una fitta rete di arabeschi. Come tanti motivi geometrici e floreali, i dettagli dei luoghi poetici si ripetono con una precisione meticolosa, privati della loro caducità, per distribuirsi puri, sottratti al tempo che divora e frantuma. E’ la grazia del verso petrarchesco, così equilibrato e mai dissonate, controllato fino all’estremo. La storia di Francesco e Laura è giocata tutta sul classicismo razionale del verso, che ripete, mediante smontaggi e combinazioni, immagini care al poeta e a tanta tradizione che l’ha preceduto. Per scendere un po’ più sul pratico, i giardini, i boschi ameni e i luoghi dell’amore si configurano come realtà esterne rarefatte e impalpabili. La genericità della scelta poetica non ci consente di rappresentare in uno schizzo i luoghi memorabili dell’incontro con Laura. Al poeta non interessa descrivere gli spazi, per questo il laureto può essere sostituito da qualsiasi altro genere di pianta, e il ruscello può prendere il posto di un laghetto o di uno specchio d’acqua. L’impressione è sempre la stessa, quella di un luogo ameno, simile a tantissimi altri luoghi della tradizione. La stessa amata è un essere impalpabile e rarefatto. Così la lettura del Canzoniere petrarchesco sembra proporci situazioni molto simili fra di loro, quasi che il poeta torni sempre sui suoi passi, anche dopo aver tentato di riscuotersi. Non ha nulla di casuale questa scelta, perché la storia dell’amore petrarchesco coincide con quella dell’anima poetica. Non è la vicenda di Laura, ma quella di Francesco. Attraverso il racconto delle sofferenze e delle gioie, il cantore si apre a una confessione tutta umana. Mentre scorrono i versi, si libera il tormento del poeta che, legato ancora alla concezione dell’uomo medievale, cerca tuttavia la strada della conciliazione. Al dilemma amore terreno/amore divino, Francesco non riesce a dare una risposta, così il Canzoniere diventa il simbolo di un pellegrinaggio senza meta, di un errare senza posa, laddove la possibilità di un po’ di pace è assicurata da quel verso poetico così limato e controllato.  

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