Nov 182016
 

pescarenicoLe due facce dell’autunno di Manzoni

Anche questo venerdì non poteva mancare un piccolo articolo sull’autunno. Questa volta non saranno versi e poesie a comunicarci le calde atmosfere stagionali, ma brani di autori famosi. Cominciamo con un noto incipit del IV capitolo de I Promessi Sposi.

Renzo e Lucia hanno visto naufragare il loro sogno di nozze ma, al culmine della disperazione, padre Cristoforo accorre prontamente in loro aiuto.

Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov’era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche sciagura.[1]

vitiLa celebre pagina del Manzoni prende avvio da una descrizione minuziosa che focalizza l’attenzione prima su un dato temporale, – ci viene detto che il sole si è appena levato – poi topografico, in quanto il narratore ci comunica con estrema cura di dettagli le dislocazioni del paesino di Pescarenico e del convento. La descrizione non si esaurisce qui, ma entra nel particolare e assume i caratteri di un quadro di paesaggio. Manzoni delinea i tratti essenziali della natura e la sua particolare condizione in poche frasi. Sullo sfondo bruno dei campi si staccano le stoppie biancastre, mentre le viti rosse squillano e si impongono all’occhio dello spettatore. È un affresco lieto, armonico, privo di tensioni, ma anche dissonante con descrizione seguente, che rivela i segni della carestia attraverso lo sguardo del frate.

Sorge immediata la domanda: a quale funzione risponde l’intera descrizione? È un pezzo virtuosistico? Naturalmente la domanda è più che retorica, perché nella struttura del romanzo nulla è casuale o semplicemente fine a se stesso.  Se la prima parte del brano – quella che si sofferma sugli aspetti topografici – può essere ascritta alla necessità di fornire particolari precisi e reali, nel rispetto delle regole imposte dal romanzo storico, la seconda rivela il sistema di pensiero dell’autore. Come ha rilevato ampiamente la critica, il paesaggio naturale non porta alcun segno di sconvolgimento, tutto procede nel rispetto di leggi silenziose e perfette, leggi che non sono altro che quelle divine. All’opposto, il quadro che si sofferma sull’uomo appare segnato da aspetti inquietanti e terribili: i poveri che mendicano, la vaccherella magra, il seminatore che raziona la semente, la fanciulla scarna. L’antitesi non è casuale, ma costituisce la conseguenza delle azioni dell’uomo, troppo spesso in contrasto con quelle divine e, per tale ragione, causa degli sconvolgimenti descritti.

Si può quindi affermare che l’immagine autunnale veicolata dal brano è analizzabile da due prospettive: quella dell’equilibrio e quella dello sconvolgimento. La natura, obbediente alle leggi stabilite da Dio, si conserva armoniosa. Il mondo umano invece è scosso violentemente a causa della sua incapacità e delle sue azioni irrazionali; la carestia altro non è che il risultato di una gestione errata delle risorse e di una cattiva ripartizione dei beni. A tutto ciò deve essere integrata una considerazione sul personaggio che guarda la scena e che stabilisce con essa una sorta di dialogo interiore. L’intero quadro, quello lieto e quello desolante, è filtrato attraverso i suoi occhi. Il grigiore della sofferenza è tanto più toccante proprio perché echeggia un’altra sofferenza, quella del religioso, raccolto in un silenzio meditativo e addolorato.

[1] Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Milano, Zanichelli, pp. 87-88.

Bibliografia

Attilio Momigliano, Alessandro Manzoni, Milano-Messina, Principato, 1948.

Luigi Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Bari, Laterza, 1952.

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