Gen 212017
 

Nel 1956 escono in prima edizione Le Cosmicomiche, una raccolta di dodici racconti esilaranti che svolgono il tema dell’origine dell’universo, del cosmo e della vita. Le fasi indagate vanno dal Big Bang alla comparsa della luce e dei colori, passando per l’evoluzione della vita sino alla riflessione sull’universo in espansione. Lo svolgimento della trama narrativa muove dall’enunciazione di una teoria scientifica, rivisitata in modo alquanto fantasioso e per certi aspetti, come sostengono alcuni, per mezzo del mito. A riprova di questo è senza dubbio il titolo dell’opera del quale lo stesso Calvino ci dà un’interpretazione efficace in una famosa intervista:

Combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere insieme varie cose che mi stanno a cuore. Nell’elemento cosmico per me non entra tanto il richiamo all’attualità spaziale, quanto il tentativo di rimettermi in rapporto con qualcosa di molto più antico. Nell’uomo primitivo e nei classici il senso cosmico era l’atteggiamento più naturale; noi invece per affrontare le cose troppo grosse abbiamo bisogno d’uno schermo, d’un filtro,  e questa è la funzione del comico.[1]

Il cosmcosmiico a cui allude l’autore è quell’approccio che gli uomini del passato riservavano alla realtà, servendosi del mito, strumento eccezionale di interpretazione e comprensione, e Calvino desidera riappropriarsi di questo mezzo. Sebbene si parta da una teoria scientifica, lo scrittore la risolve in modo del tutto paradossale e surreale, fornisce una sua personale lettura dell’aspetto scientifico e si serve della comicità e del sorriso come filtro per scomporre le questioni che stanno a cuore all’uomo. In questo modo Le Cosmicomiche possono essere avvicinate prima di tutto come lettura piacevole, e poi con un approccio più impegnato. Si scoprirà che dietro alcune storie Calvino rivitalizza e risemantizza i miti dell’antichità, per accedere a nuovi significati; ne La distanza dalla luna, egli si riappropria del mito tradizionale della luna, avvertita come polo femminile e materno, così da riflettere su temi concreti quali l’amore, la passione, la gelosia. In Senza colori, rilegge e rinnova il mito di Orfeo ed Euridice, approfondendo la questione della distanza di posizioni diverse e talvolta inconciliabili. L’opera offre la possibilità di una profonda riflessione, giacché l’autore non ha voluto far altro che riflettere sull’uomo, sulle sue emozioni e pulsioni e sul mondo; lo dimostra la stessa voce narrante, quel Qfwfq della cui identità non sappiamo quasi nulla e che costituisce l’emblema dell’uomo di ogni tempo, con le sue paure, le sue gioie e le sue inquietudini.

[1] I. Calvino, Presentazione in Le Cosmicomiche, Mondadori, Milano, 1993.

Nov 282016
 

pereira

Sostiene Pereira è il romanzo che ha dato ad Antonio Tabucchi il maggior successo nazionale e internazionale. Uscito nel 1994 e ambientato al tempo della dittatura di Salazar in Portogallo, racconta la storia di un giornalista vedovo e cardiopatico, legato al ricordo nostalgico della moglie e alle traduzioni letterarie che pubblica sulla pagina culturale del giornale cittadino Lisboa. La vita di Pereira scorre ripetitiva fino a che non giunge l’incontro con Monteiro Rossi e la sua giovane fidanzata. Da questo momento Pereira si ritrova catapultato nella storia e inizia progressivamente a risvegliare la sua coscienza civile. L’epilogo della vicenda è parzialmente felice, come dimostra il martellante sintagma sostiene Pereira, indice di come il personaggio sia riuscito a salvarsi e a raccontare la sua storia.

Considerato dalla critica un romanzo diverso dalle produzioni antecedenti, condensa, tuttavia, alcuni aspetti cari al sentire dell’autore e tali da svelare il suo profilo di colto e raffinato intellettuale. Pereira è un personaggio solo, come del resto confessa al narratore più volte, legato costantemente al ricordo nostalgico del passato, di cui testimonianza è quel ritratto appeso al muro e davanti al quale egli ama sostare e dialogare. Si è parlato di Suadade per indicare quello stato schiettamente portoghese di nostalgia e malinconia e che si ravviserebbe nell’opera di Tabucchi e nel suo Pereira. Fuori dalla storia e dal presente, Pereira non leggi i giornali, si rifugia nella letteratura e dialoga con il passato. Tale stato di immobilismo gli impedisce di prendere parte attiva alla situazione drammatica che vive il Portogallo del regime e, pur detestandone gli atti abominevoli, Pereira preferisce rifugiarsi nelle righe degli articoli della sua pagina culturale. Fino a questo punto egli è una sorta di antieroe, debole e fragile, simile a vari altri personaggi dei racconti tabucchiani.

lisbona C’è poi un altro tratto interessante che l’affratella ad altri personaggi, e questo tratto è la sua personalità sdoppiata. Alcuni studiosi ravvisano nel rapporto dei personaggi tabucchiani con il passato, una vera e propria scissione dell’io, e il romanzo in questione non si sottrae a questa lettura. Il passato non è soltanto rievocato, ma spesso è immaginato come altro da quello che è stato. È come se Pereira lo reinventasse, e costruisse una realtà che non ha potuto avere mai luogo. Sono sintomatici, a questo proposito, i monologhi con la moglie morta, alla quale il protagonista prospetta sempre la possibilità di quel figlio mai avuto e conseguentemente di una vita diversa.[1] Eppure Sostiene Pereira è giudicato come un romanzo diverso, e non a torto. Forse è la struttura che lo condiziona, il fatto che possa rientrare nella categoria del romanzo storico impone la presenza di personaggi delineati e meno sfumati; del resto il protagonista, alla fine del suo viaggio, trova un’identità e porta a definitivo compimento quella maturazione interiore che ha autorizzato taluni a parlare di bildungsroman. Se anche in questo testo ritorna l’idea di un io scisso – si veda la teoria della confederazione delle anime espressa dal dottor Cardoso [2] – è vero pure che l’io egemone alla fine della storia prenderà il sopravvento e condurrà Pereira alla maturazione definitiva, inducendolo a schierarsi apertamente contro il regime. Ma perché tutto questo avvenga, è necessario che si verifichi l’incontro, un incontro letterario, né ideologico, né politico, e che svelerà progressivamente la coscienza sopita del personaggio. La molla della vicenda sarà proprio la paternità mancata e l’affetto che Pereira nutre per i due giovani, visti come due figli. Come si vede, l’opera in questione non è interpretabile soltanto come denuncia di un preciso contesto politico, ma porta con sé implicazioni profonde che svelano il tributo di Tabucchi ad autori come Pirandello, Svevo e Pessoa.

Note al testo

[1] Prima di uscire si fermò davanti al ritratto di sua moglie e gli disse: ho trovato un ragazzo che si chiama Monteiro Rossi e ho deciso di assumerlo come collaboratore esterno per fargli fare i necrologi anticipati, credevo che fosse molto sveglio, invece mi pare un po’ imbambolato, potrebbe avere l’età di nostro figlio, se avessimo avuto un figlio, mi assomiglia un po’, gli cade una ciocca di capelli sulla fronte, ti ricordi quando anche a me cadeva una ciocca di capelli sulla fronte?, era al tempo di Coimbra, beh, non so che dirti, vedremo, oggi viene a trovarmi in redazione, ha detto che mi porta un necrologio, ha una bella ragazza che si chiama Marta e che ha i capelli color rame, però fa un po’ troppo la spigliata e parla di politica, pazienza, staremo a vedere.

Sostiene Pereira che da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di parlare al ritratto della moglie. Gli raccontava quello che aveva fatto durante il giorno, gli confidava i suoi pensieri, chiedeva consigli. Non so in che mondo vivo, disse Pereira al ritratto, me lo ha detto anche padre Antonio, il problema è che non faccio altro che pensare alla morte, mi pare che tutto il mondo sia morto o che sia in procinto di morire. E poi Pereira pensò al figlio che non avevano avuto. Lui , lo avrebbe voluto, ma non poteva chiederlo a quella donna gracile e sofferente che passava notti insonni e lunghi periodi in sanatorio. E si dispiacque. Perché se ora avesse avuto un figlio, un figlio grande col quale sedersi a tavola e parlare, non avrebbe avuto bisogno di parlare con quel ritratto che si riferiva a un viaggio lontano del quale quasi non si ricordava più. E disse: beh, pazienza, che era la sua formula di commiato dal ritratto di sua moglie.

[2] Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo. Il dottor Cardoso finì di mangiare la sua macedonia e si asciugò la bocca con il tovagliolo. E dunque cosa mi resterebbe da fare?, chiese Pereira. Nulla, rispose il dottor Cardoso, semplicemente aspettare, forse c’è un io egemone che in lei, dopo una lenta erosione, dopo tutti questi anni passati nel giornalismo a fare la cronaca nera credendo che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, forse c’è un io egemone che sta prendendo la guida della confederazione delle sue anime, lei lo lasci venire alla superficie, tanto non può fare diversamente, non ci riuscirebbe e entrerebbe in conflitto con se stesso, e se vuole pentirsi della sua vita si penta pure, e anche se ha voglia di raccontarlo a un sacerdote glielo racconti, insomma, dottor Pereira, se lei comincia a pensare che quei ragazzi hanno ragione e che la sua vita finora è stata inutile, lo pensi pure, forse da ora in avanti la sua vita non le sembrerà più inutile, si lasci guidare dal suo nuovo io egemone e non compensi il suo tormento con il cibo e con le limonate piene di zucchero.

Citazioni tratte da: A. Tabucchi, Sostiene Pereira, Milano, Feltrinelli, 1994.

Bibliografia 

C. Boschi, Costruzione del personaggio e funzioni poetiche dell’eroismo della narrativa di Antonio Tabucchi, reperibile all’indirizzo http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/Web11/Boschi11.pdf.

E. Conti, Memoria e menzogna. La narrativa anni Ottanta di Antonio Tabucchi, in “Bollettino ‘900 –  Electronic Newsletter of Italian Literature”, a. XI, n. 1-2, giugno-dicembre 2005.

P. S. Lausten, L’uomo inquieto. Identità e alterità nell’opera di Antonio Tabucchi, Copenhagen, Museum Tusculanum Press, 2005.

Ragni e T. Iermano, Scrittori dell’ultimo novecento, in Storia della letteratura italiana, Il Novecento, Vol IX, diretta da Enrico Malato, Roma, Salerno, 2000.

Nov 052016
 

“[…] La scienzlezioni-fisica-rovelli-particolarea, prima di essere esperimenti, misure, matematica, deduzioni rigorose, è soprattutto visioni. La scienza è attività innanzitutto visionaria[1]”, scrive Carlo Rovelli nel suo piccolo libro Sette brevi lezioni di fisica; affermazione che all’accademico potrebbe sembrare un po’ strana, visto che la scienza è meticolosa ricerca del vero. Ma credo che buco-neroquando Rovelli affermi che la scienza è visione, non stia dicendo altro che questo, nel senso che la scoperta oggettiva e la sua validazione muovono proprio dall’osservazione. È chiaro, poi, che la visione cresce con l’evoluzione dell’umanità, per cui quello che vedevano i greci, oggi ci sembra un modo di rapportarsi al cosmo piuttosto riduttivo. Dobbiamo ammettere, però, che se non ci fossero stati loro, non sarebbero venuti fuori i Newton o gli Einstein della scienza. E che la visione sia fondamentale ce lo dimostra quest’agile libro che ha tutto il merito di rendere visibili e tangibili ragionamenti astratti e immateriali. Al profano della disciplina è concesso un viaggio in luoghi inesplorati e che mai avrebbe pensato di osservare; il lettore va a spasso tra neutrini, elettroni e fotoni, immagina la materia densa e compressa dei buchi neri, percepisce lo spazio che si espande, cerca di dare risposte alla domanda che l’opprime da sempre: qual è l’origine? Un viaggio accattivante insomma, condotto con la maestria dello scienziato, ma anche con la leggerezza e l’umiltà di chi sa perfettamente che la grandezza della scienza risiede nella provvisorietà.  È questo uno dei molteplici messaggi del volumetto; accanto alla riflessione sconcertante e affascinante sullo spazio e sul tempo, vicino alle domande di senso, emerge la presa di coscienza che le conquiste scientifiche sono tali perché non sono mai definitive ma sempre ipoteticamente confutabili e revisionabili.

[1] Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano, 2014.

Ott 242016
 

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Camera con vista: ma qual è la vista che si gode dalla finestra della pensione Bertolini? È facile lasciarsi prendere dal piacere della lettura, mentre i primi capitoli offrono lo schizzo di Firenze; è questo il luogo d’ambientazione di ciò che una parte della critica ha definito romanzo di formazione. In effetti, la giovane Lucy, in villeggiatura insieme con la matura cugina Miss Bartlett, compirà un viaggio non soltanto fisico, ma soprattutto interiore. L’autore ci porta nelle pieghe dell’animo della fanciulla che, a poco a poco, scopre le sue contraddizioni e conosce i suoi sentimenti e moti interiori. Un romanzo piacevole, che non appesantisce, basato, nella prima parte, sull’opposizione tra l’ambiente interno della pensione e gli esterni memorabili di Firenze. I dialoghi si intrecciano alle vicende e finiscono per delineare due gruppi di persone diametralmente opposti: gli inglesi legati alle convenzioni borghesi e gli inglesi più aperti, a cui la giovane Lucy scoprirà di appartenere. La prima frattura nel chiuso universo della protagonista, quella che mette in crisi il mondo in cui è vissuta, coincide con l’incontro con George Emerson, da cui cercherà di fuggire. Lucy, quasi obbligata dalla cugina, ripiega prima a Roma, dove conosce il suo futuro marito, e poi torna a casa. Ma qualcosa, ormai, si è insinuato in lei; basterà riconoscere nel nuovo vicino di casa quel George Emerson che aveva dimenticato a Firenze, per vedere riemergere i conflitti interiori. Il finale, chiaramente prevedibile, celebra la vittoria dell’apertura di pensiero sugli sciocchi pregiudizi e sulle inutili ipocrisie di un’intera classe sociale.

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