Mag 222011
 

La Monaca di Monza: il caso di una predestinazione – Parte I
Predestinazione, una parola che potrebbe destare un certo disagio. Sapere di essere predestinati a qualcosa, in un certo senso, ci spiazza, sia che si tratti di un destino felice che di una sorte meno piacevole. Ma il fatto è che quando parliamo di predestinazione immediatamente ci sorge nella mente un’altra idea, quella della nostra personale libertà di scelta. Con l’essere predestinati si finisce per non conoscerla affatto questa libertà.

Ora questo discorso potrebbe avere veramente poco a che fare con il destino della figura di cui chiacchiereremo a breve, tuttavia trovandomi a sfogliare, dopo tanto tempo, le pagine che raccontano la sua misera storia, mi è venuto in mente questo riferimento, giacché la poveretta, perché di una donna stiamo per parlare, forse non sapeva neppure che cosa significasse libertà. Senza chiederci più di tanto quale sia il valore da attribuire alla parola libertà, che poi è molto più di una semplice parola o di un concetto, entriamo nel merito.
Quando si parla della Monaca di Monza, conosciuta anche con il nome di Signora, si finisce per pensare ad un destino privato della libertà personale, mai accettato e tanto odiato.Gertrude, chiamata così dal padre per un motivo ben preciso, compare nel IX capitolo del celebre romanzo I Promessi Sposi. Un personaggio complesso, quello della Monaca di Monza, dinamico, di una coscienza tortuosa e tormentata, diremmo particolarmente moderna, e allo stesso tempo al limite della follia. Questa donna tanto celebre non è un semplice carattere ma, per dirla con una metafora, è un personaggio a tre dimensioni.
Dicevamo che la Monaca di Monza fa la sua comparsa nel IX capitolo del romanzo, dopo che Lucia e Agnese salutano Renzo. L’ingarbugliata situazione richiede un piano ben preciso e una certa prudenza, ecco perché i tre fuggiaschi, vittime della perfidia di Don Rodrigo, seguono i consigli dell’amato Padre Cristoforo; recarsi a Monza e da lì separarsi, Renzo per Milano, perché le tracce vanno confuse, Agnese e Lucia presso il convento dei cappuccini.
Così le due donne giungono dal padre guardiano il quale, presa visione della lettera informativa scritta da Padre Cristoforo, decide di prestare il suo aiuto alle poverette. Dopo qualche minuto di riflessione, il religioso decide da chi bisognerà recarsi, perché per casi simili a quello di Lucia, c’è soltanto una persona a cui rivolgersi: la Signora.
Chi sarà mai questa Signora? Nella finzione del romanzo le due povere donne se lo saranno certamente domandato. Qualche prima delucidazione ci arriva dalla spiegazione del padre guardiano che, lungo la strada, ne parla in modo tutto singolare. La Signora è una monaca. Così risponde il frate alle due, ma una monaca diversa dalle altre, è appunto la Signora. Signora per nascita, per famiglia e per le origini del padre; un nobile potentissimo a Milano, di antica famiglia spagnola, temuto anche a Monza. Per questa ragione la Monaca di Monza può fare il bello e il cattivo tempo lì nel monastero, sebbene non sia né la badessa né la priora. Se così stanno le cose, come non rivolgersi a costei. Certamente una donna molto potente, ma già da queste battute intuiamo che dietro può esserci qualcosa di più. Quell’essere non come tutte le altre monache è senz’altro un’allusione al suo alto lignaggio, infatti l’espressione è inserita proprio nel discorso sulle origini della famiglia, ma il vero significato si chiarisce più avanti.
Il padre guardiano incontra prima personalmente la Monaca, infine torna con notizie positive: le due donne possono essere ricevute. Ma non si poteva certo accedere al parlatorio senza che le due fossero avvertite, bisognava che rispondessero soltanto se interpellate, al resto avrebbe pensato il padre guardiano: “quando non siete interrogate, lasciate fare a me”. Che avranno pensato di quelle raccomandazioni Agnese e Lucia? Probabilmente nulla, ci erano avezze. Gli illetterati devono sempre lasciar fare alle persone più competenti, soprattutto se chi si deve incontrare è una persona molto potente, e quella Signora doveva certamente esserlo, anzi le due ringraziavano il cielo che qualcuno si scomodasse a prestar loro aiuto.
L’aspetto della Signora
Quando il padre guardiano introduce Lucia e Agnese nel parlatorio, agli occhi di Lucia appare soltanto una stanza vuota. Dove sarà mai quella monaca?
La donna è nascosta, diremmo quasi confinata in un angolo, in realtà la sua collocazione spaziale è soltanto un modo con cui accrescere l’importanza e l’austerità della figura, in un certo senso giocata per incutere timore. Finalmente Lucia si accorge di lei, è in piedi dietro due grate molto spesse, secondo la regola dei monasteri. A questo punto Manzoni inizia uno dei ritratti più famosi del suo romanzo:
Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio.
Un ritratto perfetto quello della monaca, indugia sul più piccolo dettaglio, dato che ogni particolare non è frutto del caso né della consuetudine dell’abito monacale.
Aveva forse venticinque anni, il ritrattista non ne è certo, ma ciò che colpisce è l’aspetto. La bellezza della Monaca ha qualcosa di negativo. Manzoni utilizza l’aggettivo sfiorita, richiamando una similitudine floreale. Bella e sfiorita, come una rosa che appassisce, il cui profumo intenso è destinato a svanire. E non solo, la bellezza della Signora è scomposta. Una impressione di disordine e di sconvolgimento pervade la fisionomia della donna, come subito dimostra il riferimento al velo che cade alquanto discosto dal viso. Un piccolo dettaglio che si chiarisce a poco a poco, man mano che Manzoni ci svela le pieghe dell’animo. Il ritratto prosegue, sulla dominante di due colori, il bianco della fronte e del velo che copre lo scollo e il nero del velo e del saio, tipici dell’ordine benedettino.
A questo punto il ritratto si fa indagine psicologica. Manzoni intreccia le due sfere, quella esteriore e quella interiore. Ogni elemento estetico e comportamentale è il riflesso dello spazio dell’anima.
Ma quella fronte si raggrinziva spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri anch’essi, i fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbero argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero.
La sensazione di disordine continua a permanere, ora anche nei singoli atti e movimenti della donna. La fronte si raggrinzisce, come a causa di spasmi dolorosi; gli occhi e le labbra si muovono repentinamente, come a voler nascondere un segreto o il tormento interiore. Da questo momento in poi, il legame fra atti, movimenti, gestualità e sensazioni interiori si fa più stringente.
Comunemente si è soliti dire, con una metafora troppo comune, che gli occhi sono lo specchio dell’anima, ma in questa sede non c’è frase più adatta. Così i movimenti inarrestabili degli occhi, così come gli sguardi persi nel vuoto, lasciano parlare un’anima straziata e tormentata.
Quegli occhi rivelano una psicologia complessa, a tratti malata, malata d’amore.
I moti dell’animo, così instabili e fragili, si riflettono nello sguardo degli occhi, che ne sono l’indizio più vivo. Talora i suoi occhi si fanno superbi come se a dimostrare una superiorità certa di nascita e di lignaggio. A volte quella superbia si muta in cattiveria e rivela l’odio e il desiderio di vendetta per quella libertà personale che le viene negata sin dal seno materno. Così la Signoratradisce, di tanto in tanto, il desiderio struggente d’amore, che le è stato negato da chi avrebbe dovuto dargliene naturalmente, mentre lo specchio dell’anima lascia intravedere un segreto mostruoso, che soltanto lei conosce e che costituisce un’ombra costante.
Il ritratto prosegue e termina così:
La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura scolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.
Infine il disordine interiore si riflette anche negli atti e nei movimenti più naturali. Dice lo scrittore che gli atteggiamenti della monaca hanno qualcosa di singolare, i suoi movimenti sono risoluti, diremmo maldestri, per essere quelli di una donna, e soprattutto di una suora. Si consideri che nella regola delle religiose erano contemplate le regole del contegno e del decoro esteriore. E a questo decoro la monaca sembra contravvenire, per via di quella ciocca nera di capelli lasciata fuori dal velo. Segno di distrazione o di disprezzo? E la vita tenuta così aderente? Una scelta di vanità femminile, di vezzo o di studiata e perversa ostentazione? Anche questa poteva essere semplicemente una svista?

 

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