Dic 212016
 

Un Natale a due facce: la neve, Il Natale di Leonardo Sciascia

Questa volta per la nostra rubrica ho scelto un testo in prosa; si tratta di un racconto di Leonardo Sciascia, La neve, il Natale, tratto da Le parrocchie di Regalpetra, una delle prime prove dell’autore. Una volta cominciata la lettura, finiscono per spegnersi uno dopo l’altro quei bagliori scintillanti a cui siamo abituati un po’ tutti in questo periodo. Se il titolo può ingannarci, lasciandoci congetturare una trama piacevole e intima, non ci inganna il suo autore, perché chi lo conosce è consapevole del valore che egli attribuisce alla letteratura. Quindi, non appena ci si appresta alla lettura, si è coscienti dell’impegno richiesto, sia questo intellettuale, morale o emotivo.

regalpetraIl brano non si presta ad una sintesi univoca, sua peculiarità è infatti collocarsi a metà strada tra un racconto e un saggio inchiesta, anticipando gli sviluppi dell’opera sciasciana successiva. Le riflessioni del narratore si intersecano seguendo il libero fluire dei pensieri e toccano aspetti anche piuttosto distanti tra di loro; troviamo condensate la critica al sistema scolastico italiano, la denuncia di un apparato burocratico inefficiente e farraginoso e di un sistema politico corrotto, l’amara analisi di una società a due marce, quella povera e quella dei galantuomini, l’acuta disamina di una realtà rassegnata e caparbiamente attaccata alla sicurezza del passato, l’ironica descrizione di una chiesa intenta più a gareggiare per questioni esteriori che a corrispondere alle necessità dei fedeli. Alla conclusione di tutto, poi, sta il finale ancora più amaro, il Natale vissuto dalla classe del maestro della vicenda, triste per almeno due motivi. Il primo ce lo dice la stessa voce narrante dopo aver ascoltato la cronaca di uno dei suoi allievi; un ragazzo povero che di ritorno da una serata di gioco con il suo misero premio di duecento lire, se ne vede privato in malo modo da un padre probabilmente disperato e che preferisce spenderli per ubriacarsi, forse per dimenticare le sue miserie; ma queste sono soltanto mie illazioni. neveDavanti a questo racconto drammatico, la voce narrante non può fare a meno di sfogare la sua tristezza ed affermare: “Ed il giorno della gran festa cristiana, che fa da sfondo e condiziona l’episodio, pare diventi, dietro questo bambino che piange nella sua casa oscura, una blasfema parodia[1]”. C’è poi un secondo motivo, e questo risulta dal montaggio stesso del racconto, infatti il maestro ammette che la maggior parte della classe ha trascorso il Natale allo stesso modo, salvo poi confessare che almeno tre ragazzi lo hanno vissuto in modo diverso e hanno detto amarissime cose. Viene fuori un quadro oppositivo molto forte che contrappone i bambini che vivono in condizioni più dignitose a quelli che stentano a condurre un’esistenza serena. Su tutto questo pesano le storture dell’Italia descritta, dai ritardi con cui giungono gli aiuti ai sinistrati per il freddo, sino alle ipocrisie di una società che invoglia i ragazzi all’istruzione ma non assicura loro il minimo per sostenersi.

Il quadro che emerge da questa lettura è quanto mai penoso e lo diventa ancora di più se consideriamo che alcuni di questi temi, sebbene in contesti sociali del tutto mutati, sono attualissimi. Come sempre la letteratura ci aiuta a pensare la nostra realtà in modo critico, una funzione straordinaria che già lo scrittore siciliano le riconosceva.

Per la lettura del brano leggere qui sotto.

[1] L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Milano, Adelphi, 2016. (prima edizione digitale).

LA NEVE, IL NATALE

Il vento porta via le orecchie – dice il bidello. Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa. I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni. L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo che va all’ambio. Continua a leggere »

Ott 182016
 

emigrazione

A giudicare dal titolo del racconto, l’impressione del lettore è che l’argomento giri tutto intorno alla tematica di un viaggio. L’aggettivo lungo, poi, potrebbe indurlo a fare alcune congetture e magari invitarlo a ipotizzare difficoltà e peripezie varie. Se poi considera che quel brano appartiene ad un autore come Sciascia, non può ignorare la natura impegnata che vi è sottesa. Addentrandosi nella lettura, troverà le prime conferme alle sue ipotesi, e vedrà quella spiaggia tra Gela e Licata immersa nel buio pauroso della notte e i migranti siciliani che si apprestano alla traversata. A quel punto, sentirà il bisogno di richiamare alla memoria le sue conoscenze storiche relative alla questione meridionale e alla dolorosa piaga dell’emigrazione italiana. Difficilmente gli verrà in mente che quel titolo cela una sottilissima ironia. E di ironia si tratta, perché il viaggio della speranza si trasforma in una immensa beffa, giacché lo sbarco americano diventa uno sbarco siciliano. Ma procediamo con ordine.

 Alcuni siciliani si accordano con un impresario per lasciare l’Italia alla volta dell’America, dopo una traversata di undici notti, giungono a destinazione, almeno così pare, perché dopo una breve ricognizione, i malcapitati scoprono l’inganno.

il-mare

Attraverso un abile montaggio narrativo, Sciascia nasconde la verità fino al momento in cui, da lontano, non si scorge il luccichio delle luci americane. Fino a questo punto il lettore si sente sicuro, non può dubitare perché il narratore gli pone davanti indizi certi che collimano perfettamente con le sue conoscenze: la povertà dei siciliani, la partenza notturna, il costo salato del viaggio, il senso di soffocamento nella stiva della nave. Eppure, una prima incrinatura si registra quando uno dei malcapitati esprime i suoi dubbi: “non c’è pericolo che sia un altro posto? Poiché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono né strade né trazzere[1]”. Inizia a serpeggiare una velata ironia, rafforzata dalle parole compassionevoli dell’impresario. Come dubitare, i siciliani, poco istruiti, non hanno gli strumenti adatti per individuare le differenze, anche quando queste sono macroscopiche; e allora non si accorgono che le luci americane sono più vive di quelle siciliane e che l’orizzonte straniero è più ampio di quello di casa. Fin qui, tutto a posto, i beffati si rassicurano, ma il lettore attento, no; non può cascarci. Lo colpisce il piglio compassionevole con cui l’impresario si rivolge ai siciliani, e immagina una vera e propria scenetta teatrale con tanto di pubblico: l’equipaggio della nave.

La lettura diventa più attenta, perché ora il lettore si focalizza su tutte le possibili spie disseminate nel testo. I siciliani scendono, ma devono aspettare che l’impresario sia lontano; atteggiamento più che motivato, il signor Melfa rischia grosso e ha bisogno di tempo per mettersi al sicuro. I nomi dei paesi ricordano qualcosa di vecchio e familiare, ma poi i poverini pensano che in americano i nomi si leggano in modo diverso. Ancora più strano è che in America ci siano le stesse automobili italiane. La scoperta della verità giunge a poco a poco, in un climax di ironia, fino al momento della rivelazione finale. Qui l’ironia diventa amara e si trasforma in denuncia sociale.

[1] L. Sciascia, il mare color del vino, Einaudi, Torino.

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