Dic 182017
 

Rubrica Riscritture di donne famose 

Il teatro epico

La differenza strutturale dell’Antigone di Brecht dall’originale greco può essere spiegata alla luce del contesto storico-sociale di riferimento, muovendo prima di tutto dalla funzione che l’autore attribuisce al teatro. L’arte in Brecht deve indurre l’uomo alla riflessione critica, evitando qualunque fine consolatorio o alienante. A maggior ragione, il teatro è il luogo in cui lo spettatore è invitato ad esercitare il suo ruolo attivo, perché il dramma che si sviluppa davanti ai suoi occhi lo costringe a porsi dei quesiti, lo induce a riflettere. Proprio questa funzione di sensibilizzazione e problematizzazione delle coscienze ha indotto alla definizione di teatro epico, epico perché non è finalizzato al mero intrattenimento. Si tratta di un teatro impegnativo, davanti al quale l’uomo non può e non deve rimanere inerte, perché il suo obiettivo deve coincidere con la riflessione sulla realtà e sui suoi accadimenti. Anche se non marcatamente esplicita, la componente storica è fortissima nell’opera dello scrittore ed è ancora più preponderante nell’Antigone. La tragedia è stata elaborata durante la seconda guerra mondiale e costituisce una denuncia al regime nazista o in generale a qualunque regime appoggiato dal silente consenso delle masse. Per approdare a tale risultato, Brecht compie uno studio approfondito sull’originale e sulla traduzione di Hölderlin, si interroga sul tipo di linguaggio da privilegiare, cerca una soluzione idonea per la messa in scena, perseguendo soluzioni nuove e particolari, volte a suscitare quell’effetto di straniamento funzionale all’attivazione dell’esercizio critico da parte del fruitore.

Antigoneecreonte 2Il Prologo dell’Antigone

La novità dell’Antigone Brechtiana è già tutta nel prologo della vicenda; in realtà l’autore ne scrive due, uno preposto alla rappresentazione del 1948 e l’altro per quella del 1951. In questi anni, lo scrittore si interroga su come garantire il giusto distacco tra la scena e la platea. Lungi dal ricercare un’immedesimazione dello spettatore nella vicenda, Brecht desidera invece creare una specie di corto circuito, di separazione, di lontananza, perché soltanto l’osservazione distaccata può garantire la riflessione. Per tale motivo, al primo prologo ambientato in pieno conflitto mondiale, con due sorelle che assistono alla morte del fratello disertore, si sostituisce un prologo più problematico. È l’indovino Tiresia a condensare in poche righe la sintesi della vicenda, ma soprattutto a lasciare un monito al fruitore: “Noi vi preghiamo/Di ricercare nel vostro animo azioni simili/del più recente passato, o l’assenza/Di azioni simili […][1]”. A parere di Brecht, il primo prologo difettava di quella funzione straniante troppo importante per sollecitare la riflessione, infatti come emerge dall’articolo Antigone: tra Sofocle e Brecht il prologo del 1948, con la sua chiarezza e il suo immediato riferimento all’evento storico, non avrebbe suscitato domande nello spettatore ma, al massimo, una certa commozione. Si legge nell’intervento: “Invece il prologo del 1948 era troppo diretto, raccontava qualcosa di troppo vicino nel tempo, e lo spettatore troppo sensibile agli eventi appena trascorsi non avrebbe fatto altro che commuoversi, senza riflettere attivamente sui meccanismi che stanno dietro al fatto rappresentato.[2]”.

Il colloquio tra Antigone e Ismene

La differenza tra Sofocle e Brecht, come è stato dimostrato, non risiede tanto nella concezione che i due artisti possiedono dell’arte drammatica, quanto nel diverso contesto storico che genera le due opere, l’Atene del V secolo in Sofocle e la Germania nazista del secondo conflitto mondiale in Brecht. Proprio questa distanza conduce ad esiti diversi, perché in Sofocle risalta l’approfondimento di tematiche assenti o appena sfiorate da Brecht (la sacralità della sepoltura, il ruolo della divinità). In Brecht l’Antigone acquisisce una funzione di denuncia politica, di opposizione ad un regime dittatoriale ben preciso, per cui è in questo quadro che deve essere interpretato il colloquio tra Antigone e sua sorella Ismene. Dal dialogo emerge che Polinice non combatte più contro Eteocle, ma diventa un semplice disertore, mentre la mancata sepoltura perde i tratti sacrileghi che erano evidenti nella tragedia greca, per lasciare il posto all’incombente potere della dittatura che punisce e condanna chiunque osi opporvisi. Già da questa prima scena, poi, emerge la grande rilevanza attribuita alla guerra, una guerra imperialistica e violenta, offensiva e ben diversa da quella citata soltanto di scorcio da Sofocle. Brecht intende sottolineare la brutalità del potere disposto a spargere sangue tra nemici e amici, aspetti che nell’Antigone greca non risultano evidenti. A tutto questo si aggiunge la diversa motivazione che induce Ismene a rifiutare l’aiuto alla sorella; in Sofocle la fanciulla impersona il tipico atteggiamento femminile sottomesso all’uomo, In Brecht, invece, Ismene appartiene alla massa che ha silentemente appoggiato il potere, e che ora, per timore di rappresaglie, decide per il non intervento[3]. Insomma, tra Sofocle e Brecht ci sono secoli di distanza, accadimenti storici differenti e soprattutto due contesti sociali abbastanza diversi.

Creonte il dittatore

Non sfugge al cambiamento sopra analizzato neppure il personaggio di Creonte. Questi, pur presentando una certa ambiguità in Sofocle, era in ogni caso portatore di una serie di valori positivi, come la difesa dell’ordine pubblico e dello Stato; il suo stesso ravvedimento gettava, per certi versi, una luce di riscatto sul suo profilo. In Brecht tutto ciò scompare definitivamente, Creonte è l’alter ego di Hitler, come emerge chiaramente nel colloquio tra il tiranno e gli anziani. L’intero dialogo, intessuto su bugie e menzogne, è una ricerca continua e insistente di consenso, del resto anche la controparte non può far altro che assecondare il volere del capo per garantirsi quei compensi personali che gli stanno a cuore. Il carattere dispotico del re risulta evidente da questi versi:

Ben presto, amici! Ora però agli affari: Ancora non mi avete visto appendere La spada dentro il tempio. Voi tra tutti Ho chiamato per due ragioni: io so Che al dio di guerra voi non lesinate Le ruote del carro che schiaccia i nemici, Né siete avari del sangue dei figli Nella lotta, eppure quando torna, Spossato, sotto il tetto ben difeso, Si fanno molti calcoli al mercato: Voi dunque, in fretta, mi dovete convincere Tebe che il sangue versato non supera La misura normale. E la seconda Ragione è questa: Tebe, che troppo perdona, Salvata un’altra volta, ecco si affretta Ad asciugare ai reduci ansimanti Il sudore, e non bada se è sudore Di chi iroso combatte, o non soltanto Sudore di paura, misto a polvere Della fuga. Perciò io ricopro – Voi dovete approvarmi – Eteocle Morto per la città, con una tomba E con corone; mentre Polinice Il codardo, a lui e a me congiunto E amico degli Argivi, giacerà Insepolto, come giacciono quelli. Al pari di Argo era nemico, mio e di Tebe. Questo io voglio: nessuno si rammarichi Che lo si lasci insepolto, bene in vista, Banchetto che dilaniano uccelli e cani. Giacché chi antepone la sua vita Alla patria, per me non vale nulla. Ma chi alla mia città vuol bene, vivo O morto, avrà da me sempre lo stesso onore. Spero che voi approviate.[4]

È fin troppo evidente da queste parole il temperamento tipico del dittatore; da una parte emerge il suo desiderio di controllo e di comando, dall’altra si delinea la paura di chi, fondando il dominio sulla forza e sulla violenza, teme una inevitabile ribellione, consapevole che per conservare il potere, deve adoperarsi in un lavoro costante e faticoso di convincimento e di costruzionedel consenso.

Le due facce di Antigone

Anche la figura di Antigone è radicalmente rinnovata e incarna il prototipo di chi appoggia il regime fino a che la sua condizione non viene lesa o messa in pericolo, salvo poi opporvisi, non appena ne intuisce il cieco pericolo. Per questa ragione ci troviamo davanti un’Antigone a due facce, la prima si svela attraverso i suoi stessi gesti e mediante i suoi discorsi, la seconda, quella più vera, si materializza attraverso il controcanto dei vecchi. Nel dialogo che Antigone intrattiene con Creonte, emergono i tratti di un’eroina forte e determinata, pronta a rinunciare a se stessa, pur di mettere fine al regime dispotico del tiranno. Essa stessa palesa i rischi del governo del re e la debolezza dell’intera massa, pronta a chinare il capo dinanzi agli ordini, pur di sopravvivere. Se ci si fermasse qui, non si potrebbe scorgere altro che la saldezza d’animo della fanciulla ma, poche righe più tardi, i vecchi delineano una descrizione della donna ben diversa:

Ma anch’ essa un tempo Mangiò del pane che nell’oscura roccia Veniva cotto. All’ombra delle torri Che celano la sventura, sedette A suo agio, finché il destino uscito Dalle case di Labdaco sotto il segno di morte. Sotto il segno di morte tornò. La mano sanguinaria Ai suoi lo somministra, ed i suoi Nonché prenderlo, glielo strappano a forza. Soltanto allora apparve Con la sua rabbia all’aperto, Spinta verso il bene! Fu ridestata dal gelo. Non prima che l’estrema Pazienza si esaurisse, e tutto dispensato Fosse l’ultimo abominio, la figlia Dell’accecato Edipo si tolse dall’occhio la benda Decrepita, per guardar nell’abisso.[5]

Il passo è chiaro, Antigone non è un’eroina, ma appartiene alla stessa casa del tiranno, con lui ha condiviso i successi e ha approfittato della situazione fintanto che questa volgeva a suo favore; nel momento in cui il tiranno, per ristabilire l’ordine e il suo potere entra in conflitto anche con i suoi consaguinei, Antigone si distacca dal tacito consenso e procede con un atto di forza.

Emone: la vera figura positiva dell’azione

Che cosa rimane dell’Emone di Sofocle? Anche questo personaggio è trasformato, infatti egli non difende più soltanto una causa privata, legata al rispetto degli dei e all’amore per una donna, ma esprime il suo malcontento e quello del popolo nei riguardi di un regime che ha privato i cittadini di qualunque libertà, rendendoli schiavi. Ciò emerge dal confronto dei due dialoghi, quello sofocleo e quello di Brecht:

Sofocle

Creonte: Lui, è chiaro, parteggia per quella donna.

Emone: Sì, se tu sei donna: perché è di te che mi preoccupo.

Creonte: disgraziato, mettere sotto accusa tuo padre!

Emone: sì, perché vedo che offendi la giustizia.

Creonte: offendo la giustizia, se esercito i miei poteri?

Emone: ma tu calpesti gli onori dovuti agli dei.

Creonte: che carattere snaturato, schiavo di una donna!

Emone: no, non cederò mai a nessuna bassezza!

Creonte: comunque parli soltanto per proteggerla.

Emone: sì, per proteggere te e me, e gli dei sotterranei.[6]

 

Brecht

Creonte: Perché son troppo vecchio

Dimenticare mi è difficile. Tu invece,

non potresti, se io ti pregassi,

dimenticar colei per cui pur così

ti esponi, tanto che chi mi odia mormora:

costui pare un alleato della donna?

Emone: lo sono del diritto, ovunque appaia

Creonte: e dove abbia una falla.

Emone: anche offesa, non tace

la mia ansia per te

Creonte: e non ti resterebbe il letto vuoto.

Emone: la direi una sciocchezza, se non venisse

Da mio padre

Creonte: la direi un’insolenza, se non venisse

Da uno schiavo di donna.

Emone: meglio schiavo di donna che tuo schiavo.[7]

I versi denotano uno spostamento di interesse del personaggio, dalla riflessione sugli onori da tributare agli dei e ai defunti, si passa alla allusione piuttosto chiara alla privazione della libertà, come dimostra l’affermazione di Emone, il quale rimarca il suo desiderio di non sentirsi schiavo del dittatore, anche se ad essere coinvolta è la sua stessa esistenza.

Conclusione

L’analisi delle due opere consente di individuare innumerevoli differenze, tutte derivanti, come si è già detto dal diverso contesto storico che le genera. Esiste, tuttavia, come è stato dimostrato, un punto di contatto tra le due opere, e cioè il modo in cui i due autori si pongono davanti al teatro e la funzione che gli riconoscono. Per entrambi, infatti, il dramma è uno strumento con cui muovere le coscienze rispetto a certi argomenti, in modo da suscitare quantomeno una serie di domande.

[1] Tratto da Antigone di Bertolt Brecht reperibile su http://copioni.corrierespettacolo.it/wp-content/uploads/2016/12/BRECHT%20Bertolt__Antigone__null__null__Dramma__1a.pdf

[2] L. Sartori, Antigone: tra Sofocle e Brecht, reperibile all’indirizzo https://www.academia.edu/9283338/Antigone_tra_Sofocle_e_Brecht

[3] Si legga a questo proposito S. Fornaro, L’ora di Antigone, reperibile su https://www.academia.edu/5849343/Lora_di_Antigone_dal_nazismo_agli_anni_di_piombo_Narr_Tuebingen_2012_Drama-Neue_Serie-Band_9_

[4] Versi tratti dall’Antigone di Brecht, http://copioni.corrierespettacolo.it/wp-content/uploads/2016/12/BRECHT%20Bertolt__Antigone__null__null__Dramma__1a.pdf

[5] Ibidem.

[6] Sofocle, Antigone – Edipo Re, Milano, BUR, 2009, p. 57.

[7] Versi tratti dall’Antigone di Brecht, http://copioni.corrierespettacolo.it/wp-content/uploads/2016/12/BRECHT%20Bertolt__Antigone__null__null__Dramma__1a.pdf

Bibliografia e sitografia

L. Sartori, Antigone: tra Sofocle e Brecht, reperibile all’indirizzo https://www.academia.edu/9283338/Antigone_tra_Sofocle_e_Brecht

L. Sartori, Antigone tra Sofocle e Brecht, http://www.inchiostroecalamaio.it/wp-admin/post.php?post=589&action=edit

S. Fornaro, L’ora di Antigone, reperibile su https://www.academia.edu/5849343/Lora_di_Antigone_dal_nazismo_agli_anni_di_piombo_Narr_Tuebingen_2012_Drama-Neue_Serie-Band_9_

 

Dic 072017
 

Rubrica Riscritture di donne famose

Sofocle-60La nota Antigone[1]sofoclea si articola in una struttura veloce e serrata, fondata su una serie di quadri oppositivi; il grande tragediografo greco delinea il dramma di due posizioni inconciliabili, ma altrettanto giuste e plausibili. Strutturalmente l’opera mette in scena una serie di dialoghi contrastivi fra le principali figure sulla scena, lasciando emergere, a poco a poco, una serie di dicotomie tematiche di grande rilevanza. Di certo, quella che emerge più solida e che costituisce il filo conduttore della vicenda è il dissidio tra il cuore e la ragione, tra la sfera del privato e del pubblico, tra le leggi intime e quelle appartenenti allo spazio pubblico della polis. Questa condizione emerge chiaramente in uno dei dialoghi più rilevanti dell’opera, quello che contrappone Antigone a Creonte. La prima è irremovibile e, alle parole e alla persuasione, preferisce sostituire l’azione; si legge nella tragedia:

CREONTE (Ad Antigone):

   Di’ tu, che il capo chini al suol: confessi
   d’aver compiuta l’opera, o lo neghi?
ANTIGONE:
   L’ho compiuta: confesso, e non lo nego.
CREONTE (Al custode):
   Andar tu puoi dove ti piace: libero
   sei della grave accusa.
   (Ad Antigone)
   E in breve tu
   di’, senza ambagi: il bando che vietava
   di far ciò che facesti, era a te noto?
ANTIGONE:
   Certo. E come ignorarlo? Esso era pubblico.
CREONTE:
   E pur la legge vïolare osasti?
ANTIGONE:
   Non Giove a me lanciò simile bando,
   né la Giustizia, che dimora insieme
   coi Dèmoni d’Averno, onde altre leggi
   furono imposte agli uomini; e i tuoi bandi
   io non credei che tanta forza avessero
   da far sí che le leggi dei Celesti,
   non scritte, ed incrollabili, potesse
   soverchiare un mortal: ché non adesso
   furon sancite, o ieri: eterne vivono
   esse; e niuno conosce il dí che nacquero.
   E vïolarle e renderne ragione
   ai Numi, non potevo io, per timore
   d’alcun superbo. Ch’io morir dovessi,
   ben lo sapevo, e come no?, pur senza
   l’annuncio tuo. Ma se prima del tempo
   morrò, guadagno questo io lo considero:
   per chi vive, com’io vivo, fra tante
   pene, un guadagno non sarà la morte?
   Per me, dunque, affrontar tale destino,
   doglia è da nulla. Ma se l’uomo nato
   dalla mia madre abbandonato avessi,
   salma insepolta, allor sí, mi sarei
   accorata: del resto non m’accoro.
   Tu dirai che da folle io mi comporto;
   ma forse di follia m’accusa un folle.[2]

Ciò che guida l’eroina è una legge scritta nel cuore, una pietas che la induce ad onorare i consanguinei e i decreti degli dei, ecco perché Antigone non ha necessità di difendersi, di argomentare a lungo la sua scelta, anzi è facile notare che non è suo interesse costruire un consenso, differentemente da quanto accade per Creonte che, sin dalle prime battute, avverte la necessità di esporre alla polis le sue ragioni, preoccupato progressivamente di perdere il consenso, già fortemente incrinato nella sfera familiare (il figlio Emone non gli risparmia la sua disapprovazione). Queste due visioni sono tanto distanti da non trovare una vera conciliazione, neppure nella parte finale, considerato il tragico epilogo della vicenda. Il problema è che entrambe le posizioni hanno una loro motivazione in quanto, come è stato notato da molti critici, presuppongono lo scontro tra due mondi inconciliabili, quello maschile e quello femminile. In questo senso, la tragedia configura l’eterna dicotomia tra i due sessi e quella disparità tra donna e uomo già ampiamente radicata nell’età antica. Come molta critica sottolinea, la donna è relegata nello spazio privato della famiglia, e per questo è portavoce delle istanze di sangue e di tutte quelle leggi che, pur non essendo scritte, posseggono una loro sacralità, come per esempio la necessità di rendere sepoltura ai familiari morti. L’uomo, invece, è tradizionalmente collocato nello spazio pubblico della polis, laddove le leggi sono riconosciute da tutti per il bene collettivo e per garantire l’isonomia tra tutti i cittadini (escluse chiaramente le donne). Si legge in Profili di una filosofia della differenza sessuale:

Nella tradizione culturale classica il corpo femminile, relegato nello spazio privato dell’oíkos, introduce un curioso rapporto tra corpo sessuato e politica. Il corpo femminile è simbolicamente rappresentato dai legami di sangue, che definiscono la donna ora come madre, ora come figlia, ora come sorella, destinandola a non potersi mai sottrarre ai legami della consanguineità per inscriversi nell’ordine politico, come avviene, invece, per l’uomo. Secondo questa prospettiva culturale l’essere donna implica un’obbedienza istintuale alla legge degli affetti privati che scaturisce dalla natura stessa del femminile. Questa obbedienza viene vissuta da Antigone nell’interiorità dei suoi sentimenti, che, mentre si esprimono nello spazio privato, sono destinati a rimanere inespressi in quello pubblico. La pietas che lega Antigone al fratello Polinice la spinge a rifiutare quanto Creonte ha stabilito attraverso le leggi della città. Antigone con l’atto di seppellire il fratello, che l’editto di Creonte proibisce poiché lo ritiene colpevole di avere attentato alla sicurezza della città, riesce a rappresentare lo scontro tra le opposte leggi della cura familiare e quelle politiche. Allo stesso tempo ella rappresenta le ragioni di quel legame profondo agli affetti familiari che custodisce proprio in quanto donna.[3]

Nell’opera si paleserebbe, quindi, quel tipico contrasto tra una dimensione maschile ed una femminile motivata da una presunta differenza tra i due sessi. La donna tutelerebbe la sfera dei sentimenti e l’uomo quella della razionalità, messa in atto nell’ambito della politeia e del bene comune. Non c’è, quindi, una giustezza tra le due posizioni, anzi l’operato di Creonte è perfettamente in linea con l’atteggiamento che un sovrano saggio dovrebbe adottare. Il suo decreto altro non è che lo strumento con cui intende garantire l’uguaglianza fra i cittadini e la necessaria punizione per i ribelli. Ugualmente, la risoluzione di Antigone risponde ai moniti individuali e sacri di chi intende compiere un atto di giustizia verso il consanguineo e verso gli dei.

Lo scontro tra zio e nipote non è, però, l’unico dell’intera opera, visto che della prime righe, si susseguono serrati vari dialoghi oppositivi; il primo è quello che contrappone Antigone a sua sorella Ismene, ma seguono anche quelli tra Creonte e suo figlio Emone, tra Creonte e l’indovino Tiresia. Tutti questi contrasti non fanno altro che ribadire il dettato di fondo, e cioè l’inconciliabilità tra la legge interiore e quella pubblica, del resto la prospettiva resta aperta perché, se è vero che Creonte rinsavisce, è altrettanto chiaro qual è il destino di coloro che si autoescludono dalle leggi della città. Ne sono chiari esempi le morti di Antigone, Emone e di Euridice.

[1] La vicenda si apre dopo la morte di Eteocle e Polinice, figli di Edipo. I due si sono dati morte reciproca, ma il re di Tebe, Creonte, riserva loro un trattamento diverso. A Polinice è negata una degna sepoltura a causa della sua condotta. Il motore della vicenda parte da qui, infatti la sorella di Polinice, Antigone, decide di venir meno al decreto del re, e rende onore al cadavere del fratello. Le conseguenze sono intuibili, Antigone è condannata ad essere sepolta viva. A nulla valgono le parole di Emone, promesso sposo dell’eroina e figlio di Creonte e i moniti dell’indovino Tiresia. Quando Creonte si ravvede e intuisce che la disgrazia sta per abbattersi sulla sua casa, è ormai troppo tardi. Nel giro di poco tempo assiste alla distruzione della sua famiglia.
[2] Traduzione di Ettore Romagnoli
[3] M. R. Fedeli, Profili di una filosofia della differenza sessuale, reperibile su https://mondodomani.org/dialegesthai/mrf01.htm#par6.

Testi consultati

E. Canterella, Prefazione all’Antigone, Milano, BUR, 2009.

L’Antigone come pretesto, reperibile al seguente indirizzo http://www.giappichelli.it/stralci/9210691.pdf.

M. R. Fedeli, Profili di una filosofia della differenza sessuale, reperibile su https://mondodomani.org/dialegesthai/mrf01.htm#par6.

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